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Una fiaba per Effie

Millais – Effie Gray

In verità, all’inizio, John Ruskin (1819-1900) la chiamava “la fiaba di Phemy”, perché la destinataria era Euphemia Gray (1828-1897), figlia dodicenne di amici di famiglia. Era il 1841 ma la fiaba venne pubblicata dieci anni dopo, nel 1851, con il titolo Il Re del Fiume d’Oro, ed ebbe subito molto successo. La gran parte degli studiosi la considera la prima fiaba letteraria in Inghilterra.

I fratelli Schwartz e Hans sono ricchi agricoltori che vivono in una fertile valle di montagna, bagnata da un fiume che la gente chiama il Fiume d’Oro per il colore che assume sotto i raggi del sole. Sono bravi nel loro lavoro ma sfruttano la natura (“uccidevano qualsiasi cosa non portasse guadagno“) e i braccianti (“senza pagarli finché questi si rifiutavano di lavorare, dopodiché ci litigavano e li cacciavano via“). I vicini li chiamavano i Fratelli Neri. Al contrario, il fratello più giovane, Gluck, di dodici anni, è “gentile d’animo nei confronti di qualsiasi essere vivente“, e viene regolarmente umiliato e vessato dai fratelli.
Una sera, durante un violento temporale, Gluck dà ospitalità ad un singolare personaggio contravvenendo agli ordini dei fratelli maggiori, i quali trovando l’estraneo in casa lo mandano via bruscamente. L’omino non è altri che messer Vento di Sud-ovest, e quella notte stessa il vento cambia e la valle dei fratelli viene inondata. Essi perdono tutto e si trasferiscono in città per fare gli orafi, un lavoro con il quale credono di arricchirsi imbrogliando (“è un mestiere da furbi: mettiamo un bel po’ di rame nell’oro“).
Quando hanno fuso tutti gli oggetti preziosi di famiglia, spendendo i guadagni in birreria, rimane solo un boccale d’oro, dono di uno zio al giovane Gluck. Quando il ragazzo è costretto a fonderlo, viene fuori che, imprigionato nel boccale a causa di un incantesimo, si trova il Re del Fiume d’Oro in persona. Il re promette a Gluck che “colui che raggiungerà la cima della montagna da cui vedi scaturire il Fiume d’Oro e verserà nella sorgente tre gocce di acqua benedetta, farà trasformare per sé e soltanto per sé il fiume in oro. Ma colui che fallirà al primo tentativo non riuscirà nel secondo, e chi verserà acqua non benedetta nel fiume sarà sommerso e trasformato in una pietra nera“. Quando il ragazzo, nella sua onestà, racconta l’accaduto ai fratelli, questi decidono di tentare l’impresa. Prima Hans poi Schwartz falliscono entrambi, sia perché ancora una volta, imbrogliano sull’acqua benedetta, sia perché rifiutano di dare da bere agli assetati che incontrano. Infine la natura si rivela particolarmente ostile nei loro confronti.
La descrizione della scalata è un brano particolarmente efficace: Ruskin riesce a trasmettere il suo messaggio etico attraverso la sfaccettatura delle immagini naturali.
In conclusione, il tentativo di Gluck riesce, grazie alla sua generosità e alla sua onestà. Consuma la sua acqua benedetta per dar da bere agli assetati che incontra, incurante della promessa dell’oro. Alla fine ritrova il re, che gli regala tre gocce di rugiada pura. A ben guardare, in questa fiaba la magia ha una parte relativa: il fiume riprende a scorrere nella valle ma non è d’oro, è d’acqua e riporta verde e prosperità nella valle, “il fiume era diventato davvero, come aveva promesso il nano, un fiume d’oro“.

Per l’ispirazione della fiaba, Ruskin dichiarò di essere in debito verso Dickens e i fratelli Grimm. In effetti, Il Re del Fiume d’Oro ha un sapore germanico, per i nomi ma anche per l’ambientazione. Ruskin aveva familiarità con le Alpi, per averle visitate sin da ragazzo con la famiglia. La storia dei tre fratelli è ambientata in Stiria, Austria, e potrebbe sembrare una leggenda locale: si svolge in un luogo preciso, esistente, non in una terra fantastica, e termina “ancora oggi quelle pietre vengono chiamate dalla gente della valle I Fratelli Neri“.
Ruskin non mette in guardia contro la ricchezza in sé ma contro l’avidità e l’egoismo. I due fratelli maggiori “avevano mucchi d’oro accatastati sul pavimento, eppure nessuno li aveva mai visti dare un soldo o un tozzo di pane in elemosina“.
Mentre al termine della fiaba, Ruskin racconta che quando il giovane Gluck torna nella valle “nessun povero fu mai allontanato dalla sua soglia.
È stato spesso notato che in questa fiaba mancano personaggi femminili, ma probabilmente Ruskin attribuiva alle montagne caratteristiche femminili, se consideriamo che in una lettera paragona Effie a un ghiacciaio “con una fresca neve mattutina“, che è un sollievo per i piedi ma può nascondere profondi crepacci freddi.

Nel 1851, quando uscì Il Re del Fiume d’Oro, John Ruskin aveva già pubblicato 2 volumi del suo celebre Modern Painters, e nello stesso anno veniva dato alle stampe il primo volume di Le pietre di Venezia. Ruskin era un critico d’arte, il più prolifico e influente teorico dell’arte nell’Ottocento inglese; fu il primo estimatore del movimento pre-raffaellita, fondato nel 1848, come lo fu del Romanticismo e dell’arte gotica, in opposizione all’arte classica, sostenendo l’importanza dell’osservazione diretta della natura. Dal 1848 Euphemia Gray, ormai chiamata Effie, era diventata sua moglie – ma pochi anni dopo, nel 1854, il matrimonio venne annullato per non essere stato consumato e l’anno successivo Effie sposò il pittore pre-raffaellita John Everett Millais (1829-1896).
Ruskin non scrisse altre fiabe ma il genere continuò ad interessarlo; nel 1868 scrisse la prefazione ad una nuova edizione delle fiabe dei Grimm.
A distanza di quasi duecento anni, Il Re del Fiume d’Oro è un libro ancora godibile, la critica all’avidità, l’attenzione ai deboli e l’accento sul rispetto e l’armonia con la natura sono temi più attuali che mai, e se non è un classico questo!
 
 
Cecilia Barella
 
 
John Ruskin, Il Re del Fiume d’Oro, ed. Donzelli, 2019, con illustrazioni di Quentin Blake
John Ruskin, Il Re del Fiume d’Oro, ed. Lindau, 2013, con illustrazioni di Marco D’Aponte
 
 
 


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