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4 novembre 1918 – 2018

Nel giorno del centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, pubblichiamo tre poesie scritte su questa guerra.
Wilfred Owen fu un “poeta di trincea” inglese, morto proprio il 4 novembre 1918. Era nato nel 1893, apparteneva alla generazione di scrittori e poeti britannici che vissero la traumatica esperienza della battaglia della Somme, come J.R.R. Tolkien che era del 1892.

Dulce et Decorum Est

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacchi in spalla
Le ginocchia ricurve, una tosse da streghe, imprecavano nel fango,
finché volte le spalle agli ossessivi bagliori
verso il riposo lontano cominciammo a arrancare.
Gli uomini marciavano dormendo. Molti, persi gli stivali,
zoppicavano, calzati di sangue. Tutti zoppi; tutti ciechi;
ubriachi di stanchezza; sordi perfino al sibilo
delle bombe a gas che cadevano sommesse.

Gas! GAS! Dài, ragazzi! – Una frenesia cieca
Le goffe maschere sul viso appena in tempo;
ma qualcuno ancora gridava e inciampava
dimenandosi come un uomo fra le fiamme o nella calce…
confuso, dietro il vetro appannato e la densa luce verde,
come in un verde mare, io l’ho visto affogare.

In tutti i miei sogni, davanti al mio sguardo smarrito,
si tuffa su di me, e gronda, e soffoca, e annega.

Se in un sogno asfissiante anche tu potessi marciare
Dietro al vagone dove lo abbiamo buttato,
guardando gli occhi bianchi dimenarsi nel volto,
il volto penzolante di un diavolo schifato dal vizio;
se potessi sentire, a ogni sobbalzo, il suo sangue
gorgogliare nei polmoni corrosi di schiuma,
osceno come un cancro, amaro come il bolo
di piaghe incurabili sulle lingue innocenti,…
amico mio, tu non ripeteresti con tanto fervore
ai figli assetati di disperata gloria,
la vecchia menzogna: Dulce et decorum est
pro patria mori.

Wilfred Owen

(da “La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti” ed. Nottetempo)
 
 
 
Lo scrittore italiano Carlo Emilio Gadda (1893-1973) si arruolò come volontario tra gli alpini e fu inviato sull’Adamello. Tenne un diario tra il 1915 e il 1919 pubblicato poi col titolo Giornale di guerra e di prigionia. Dopo la battaglia di Caporetto, Gadda fu fatto prigioniero. Durante la guerra, perse anche il fratello Enrico al quale era molto legato.

Sul San Michele
(Gaddus, 4 luglio 1917)

Ho detto ai soldati: «Per oggi riposo,
Per oggi aspettatemi qui.»
E ho preso la strada del monte:
Sito grigio, sito sassoso.
Lo chiamano monte, così,
Perché fu tremendo il salire.
Non c’era vento a lambire
La fronte,
Ma la mitraglia passava di qui.
Grigia terra, deserto salire
Al culmine
E riscendere della pietraia,
Grigio d’erbacce e di ghiaia,
Pietre infrante, rottami, travi,
Come cose finite dal fulmine:
Il mio passo vi cerca la strada.
Son colmi gli scavi
Delle trincere
Rivoltate e sommerse.
Non vedo che schiere
Nel cielo di nuvole perse
Tetre, nere,
Passare, col vento, di là,
Come una gente che vada
Verso l’eternità.
Morti, compagni morti
su l’ascesa della collina,
So come fu, come sarà:
Saliva lenta la china:
Scendeva a saette, scendeva
Terribilmente l’oscurità.
Morti, compagni morti,
So come fu, come sarà:
Le nuvole passano il muto
Cielo. Ha taciuto
La battaglia. Tace coi morti
Il monte
Senza suono, senza terribilità.
Cerco nel monte i morti
Ma i lor visi li cela la terra
Gli occhi nel termine assorti
le facce indurite
Dal martellar della guerra
Facce di gioventù,
Occhi fermi, cari visi,
Nel mondo non ci son più.
Gli sguardi a lontano e i sorrisi,
Dall’anima non salgono più.
Nel monte li mangia la terra
I compagni; la guerra
È passata più là.
E sento il cannone che batte;
che batte, che non ristà.
Vorrei parlarvi ed andare
Compatti dietro il cannone
Veder le granate a smontare
Pezzo per pezzo le corone
Delle trincere
Sopra i colli bruciati.
Avervi compagni, beati
Di giovinezza e d’orgoglio.
All’assalto delle trincere
E lungi dal soglio
Dell’opera prese
Altri monti vedere
Altre schiere
Avverse
Altri cieli senza confine
Altro ridente paese.
Non vedo che un velo
Di nuvole perse
Tetre, nere,
Andare col vento nel cielo.
Il soffio dolce e forte
Nel sonno, nella fatica
Soffio della rorida vita
Nel tronco robusto,
È spento. La mano riposa
Senza carne sopra le dita;
La gamba non è dolorosa
D’alcuna ferita.
Riposa la fronte
Sopra l’orbite vuote
Nel buio della terra
E tace il monte
Che vi rinserra.
E inutilmente, o sepolti,
Ricordo e ripenso
E smarrito ogni senso
Nei vostri cuori,
I vostri sogni e i sorrisi
E i dolori
Nel vento dissolti
Morirono là,
Dove segue la vetta
La china; verso il cannone
Che batte e batte, che non ristà.

Carlo Emilio Gadda

(da “Le notti chiare erano tutte un’alba: Antologia dei poeti italiani nella Prima Guerra Mondiale”, ed. Bompiani)
 
 
 
Il grande poeta irlandese William Butler Yeats (1865-1939) premio Nobel per la Letteratura nel 1923, scrisse questa poesia nel 1918 per il maggiore Robert Gregory, aviatore, figlio unico della sua amica scrittrice e folklorista Lady Augusta Gregory.

Un aviatore irlandese prevede la sua morte

So che incontrerò il mio fato
Fra le nuvole in un punto imprecisato;
quelli che combatto non li odio,
quelli che difendo non li amo;
il mio paese è Kiltartan Cross,
la mia gente i poveri del luogo,
comunque vada a finire non avranno perduto
non avranno più o meno di quello che hanno avuto.
Né legge né dovere mi han portato a lottare,
né uomini politici né folle ad acclamare,
un impulso di gioia solitario
mi spinse a questo tumulto fra le nuvole;
ho pesato ogni cosa, ho calcolato tutto,
gli anni a venire sembravano uno spreco,
uno spreco di fiato gli anni già passati,
bilanciata a questa vita, questa morte.

William Butler Yeats

(da “La guerra d’Europa 1914-1918 raccontata dai poeti” ed. Nottetempo)
 
 
 


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