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Racconti di Natale – Ferdinando Paolieri

Carl_Larsson_ChristmasFerdinando Paolieri (1878-1928), fiorentino, frequentò il circolo dei pittori macchiaioli, pittore egli stesso, ma dal 1908 si dedicò alla scrittura. Fu influenzato da Renato Fucini e dal suo gusto per la letteratura regionale, in questo solco pubblicò molte raccolte di novelle, tra le quali Novelle toscane (1913), dal quale è tratta il racconto che pubblichiamo, il quale sembra appartenere più al genere della burla (ricorrente nella novellistica toscana) che a quello natalizio vero e proprio. Tuttavia, anche se i protagonisti sono animali, racconta la differenza tra una ricca tavola e la fame, tema tipico dei racconti di Natale.

L’opera più celebre di Paolieri è il romanzo del 1922 Natio borgo selvaggio. Scrisse anche per il teatro: un libretto d’opera per Leoncavallo, La marchesa nuda (1912), e il dramma religioso La mistica fiamma (1927), dedicato a S. Caterina da Siena.

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Il Natale di Granfialunga
La famiglia di Granfialunga minacciava di passare orribilmente le feste di Natale.
I cacciatori da diversi giorni non battevano più il bosco dove i sentieri erano ormai completamente ricoperti dalla neve e dove, sotto le borraccine indurite dal gelo, si nascondevano, giù per i declivi, lastre di ghiaccio traditore; ma appunto per questo agli scarsi abitatori superstiti di tante trappole e di tante battute, la vita diventava difficile.
Granfialunga, sua moglie (la Rossa) e i tre volpacchiotti stenti ed affamati, erano costretti, se volevano bere, a interrompere le loro abitudini di nottambuli impenitenti e a scappar fuori col sole.
Un raggio di sole, verso mezzogiorno, quando non nevicasse, s’apriva faticosamente uno spiraglio fra l’ovatta bigia delle nuvole, e batteva sopra una pozzanghera gelata del borro, immobile coi suoi pendoni di cascatelle ghiacciate, fra le due pareti opache d’ontani, d’ellera e di capelvenere, e la fondeva un pochino.
In quella poltiglia marmata i volpacchiotti cacciavano, l’un dopo l’altro, il muso a punta, vibrando la lingua rossa ed avida, mentre i genitori a sedere, in alto, in mezzo al viottolo, coi fianchi magri ansanti sotto il pelame d’inverno riccioluto e sudicio, facevano buona guardia; poi, a turno, bevevano anche loro, quindi la madre in testa, i figlioli dietro in fila indiana, e il babbo in coda, che si voltava ogni poco a guardare se erano spiati o seguiti, tornavano a rimbucarsi a passo di carica sotto il masso delle fate.
Ma occorreva mangiare! Era di carne tiepida e di sangue fumante che abbisognavano quelle costole sporgenti come le intelaiature dei panieri di vimini!
Che cosa volete che facesse, a gole inaridite dalla sete e atrofizzate dalla fame, un povero pettirosso chiappato a volo, tra due scope ciuffose, e buttato giù intero, col becco, le penne e ogni cosa?
La Rossa aveva assediata, una notte lunga, la quercia delle ghiandaie, ma il gufo che ne abitava il tronco era salito zitto zitto lungo i meandri del vano, e, sbucato fuori dall’apertura delle inforcature, aveva staccato un volo pesante perdendosi nel bosco, ben pasciuto com’era di topolini fangosi che nidificavano a dozzine fra le barbe delle scope e dei tassi.
I topolini non piacevano a Granfialunga, gli mettevano l’uggia allo stomaco, ma di spedizioni verso l’abitato non c’era da parlarne neppure perché, quando non vanno a caccia, i cani stanno rintanati nei fienili e sotto i pagliai e urlano come disperati al menomo rumore sospetto.

* * *

La vigilia di Natale la boscaglia diventò tragica.
Nevicava così fitto che non ci si vedeva un palmo di là dal naso, e le piante, sotto la ridda fantastica dei fiocchi larghi svolazzanti i quali si posavano sui rami colla leggerezza di farfalle stanche, parevano curvarsi, rannicchiarsi su se stesse, rabbrividendo.
Granfialunga guardava lo spettacolo con un sol occhio, un occhio rosso, appostato in fondo a uno sforo alto del cumulo di macigni rotolati l’uno sull’altro chissà in qual cataclisma remoto, occhio che, in quel buio, luccicava simile al fuoco fatuo nella notte.
Dietro di lui la Rossa s’agitava, liberandosi a zampate dai cuccioli irrequieti, tornati a cercarle il latte come pochi mesi prima, e brontolava, ringhiando; ma nella tana c’era calduccio e il vento, impedito dalle tortuosità dei meandri del budello oscuro il quale conduceva al giaciglio, sbucando poi a valle in un punto nascosto da tassi e da cicute densissime, non arrivava fin lì.
D’intorno erano ossi di pollo e di leprotti scarnificati come non saprebbe fare un chirurgo, bianchi e levigati, senza una goccia di siero o di grasso, e alcune penne di cui non rimaneva ormai che il cannoncino, color di rosa all’attaccatura.
Granfialunga, a un tratto, sobbalzò e la Rossa, scuotendosi di dosso i cuccioli, fu, d’un salto, al suo fianco.
Dal buco aperto sul turbinio del nevischio si distingueva un pezzo di terreno, bianco scaciato, scoperto, e su quello spiazzo azzurrognolo, d’un azzurro che riflettendo il cielo gelido metteva i brividi, quasi nero contro la neve, si vide passare una lepre.
Avanzava a piccoli salti, di sbieco, cogli occhi rossi smisuratamente dilatati, e le orecchie tese; quando si fermava, si vedeva il fiato uscire dal naso che non stava mai fermo. Era enorme, una lepre vecchia, di macchia, col pelo che incanutiva qua e là.
– Dove avrà la tana? — chiese Granfialunga, leccandosi i baffi dalla libidine, alla Rossa, che stranutì.
Allo stranuto, benché leggero come un soffio, il leprone scattò sulle due suste deretane e si perse nel folto.
– Lontano, di certo — rispose la Rossa. — Per essere in piedi a quest’ora vuol dire che l’hanno disturbata nel covo e i suoi leprotti, se non mi sbaglio, sono già in grado di starsene per conto loro; quelli teneri, che farebbero comodo ai nostri cuccioli, hanno ancor da nascere.
– Già! — sospirò Granfialunga – dimenticavo che i leprotti nascono di gennaio e noi siamo sempre a dicembre! Eppure non si può mica star digiuni anche stanotte!
– Stanotte – brontolò la Rossa ributtandosi a cuccia – gli uomini fanno festa…
– Festa? Che festa?
– Non te lo ricordi? Anche l’anno passato, in questa sera, si videro i lumi nelle case e specialmente in quella casa più grande; e gli uomini cantavano… cantarono fino a mezzanotte, quando suonarono le campane e noi, di dietro la siepe, si stette a vederli passare, a branchi, tutti imbacuccati dal freddo!
– Sì, ma quell’anno c’era la luna e non c’era la neve, e io feci quel certo colpettino…
– Se si tentasse?
– In che modo?
– Si lasciano i cuccioli nella tana; poi si va diritti alle case…
– E i cani ci mangiano!
– Adagio! Prima di tutto, se seguita a nevicare i cani non escono dalle stalle o dai canili, poi, noi due ci dividiamo il compito. Tu terrai a bada i cani, mentre che io entrerò nel pollaio… Dal momento che non c’è nessuno!…
– Ragion di più per andare cauti! Quando gli uomini abbandonano la casa, lasciano sempre a guardia le trappole!
– Oh! per questo, quando son sicura di non esser presa a fucilate, so io da che strada passare per evitar le tagliole!
– Quand’è così, proviamo pure, perché io son cieco dalla fame.

* * *

Tentarono invano di dormire, finché verso la mezzanotte, raccomandando ai cuccioli di non si muovere, scivolarono dall’apertura, Granfialunga avanti e la Rossa dietro, e s’incamminarono.
Andavano di trotto, uguale, elastico, senza curarsi dell’orme che lasciavano sulla neve e della scia delle lunghe code a spazzola, dove le zecche, rintanandosi sotto la pelle al contatto dell’umido, incidevano delle vere piaghe che bruciavano come zolfini accesi, diretti risolutamente all’abitato.
Sotto la siepe della strada maestra si soffermarono ad ascoltare. Un grande scalpiccio giunse ai loro orecchi.
Guardarono da un forame e videro i contadini e le contadine, imbacuccati, neri sul biancheggiar della neve, che andavano verso “la casa grande” cioè la chiesa, tutta sfolgorante di lumi.
Nevicava sempre più forte.
Granfialunga prese di mira un fabbricato rossiccio con un gran portico davanti e, di slancio, traversata la strada, arrivò al cancello, chiuso, si insinuò di tra le sbarre, seguito dalla Rossa, e fu sull’aia.
Lungo l’aia ricorreva un muricciolo basso; le due volpi lo girarono e, per una viottola, arrivarono dietro la casa.
Che odore di pollame! Il pollaio era lì, a portata di ugnelli, non troppo alto, coperto di tegole mal connesse.
La Rossa si tirò indietro, prese la misura e il tempo, e schizzò sul tetto.
Granfialunga comprese la tattica della compagna; lassù non c’erano certo trappole da temere. Bastava che lui tenesse a bada i cani, intanto che lei smuoveva un embrice e si calava giù…
O come mai i cani non si facevano vivi?
Granfialunga, avendo visto una finestra bassa, illuminata, non poté fare a meno di schizzare sul davanzale e di guardare dentro dai vetri appannati.
Quanta grazia di Dio!
Nel mezzo c’era una tavola apparecchiata, con bicchieri, stoviglie, fiaschi di vino, un cappone lesso che fumava e un tegame, enorme, di zuppa, la quale s’andava raffreddando, mentre un cane da lepre e un restone, legati con lo stesso guinzaglio al piede d’una madia monumentale, cercavano invano, tirando di naso, alzandosi sulle gambe di dietro e strangolandosi col collare, di pigliare, almeno col fiuto, un anticipo sulla cena di Ceppo di cui non sarebbero toccate loro che le ossa.
Quelle due bestie legate, fecero a Granfialunga qualcosa fra la compassione e lo schifo.
Se fosse stato un uomo avrebbe detto: che abbrutimento! Ma, certamente pensò un quid simile, perché, imbaldanzito, non poté resistere alla tentazione di battere, col muso, al cristallo.

* * *

I due cani rizzarono le orecchie ed il pelo, rugliando; girarono un po’ in qua un po’ in là gli occhi mobilissimi e, finalmente, videro le pupille rosse della volpe che li schernivano, oltre il vetro.
Allora divennero frenetici.
Dai ringhi, passarono ai brontolii, poi ai guaiti, agli “scagni” più laceranti, agli abbaiamenti più palesi di rabbia, di furore compresso, di impotente bile.
Granfialunga, con un rictus terribile scuopriva i denti bianchi affilati ad un riso offensivo e i due cani minacciavano di spezzare il guinzaglio di solidissima fune, ritti in bilico sulle zampe didietro, spenzolandosi con tutto il peso del corpo gravato sopra il collare, cacciando urli acuti che volevano forse essere offese e minacce.
Granfialunga, felice dell’umiliazione dei suoi nemici più implacabili, non si sarebbe mai staccato di lì; ma una voce scordata, di vecchio catarroso, che veniva di sopra, lo mise in sospetto.
— Ma cosa c’è? — urlava la voce. — Non mi lascian riposare questi assassini! Assunta! Menica! Gosto! Giù Ras! A cuccia Reno! Reno! Ras! Ma cosa succede?
Uno scoppio di tosse interrompeva le grida, poi il vecchio ripigliava più fioco: — Menica! Gosto! Non c’è rimasto un’anima viva, accidenti!
— Ma che fai? Scendi, svelto, vien via! — sussurrava di sotto la Rossa, la quale era entrata nel pollaio dove le vedove dormivano in fila sui bastoni sognando i mariti ciondoloni dai beccatelli, senza penne, e schidioni lenti intorno a fiammate scoppiettanti e ne aveva sgozzate quattro, portandole fuori una dopo l’altra.
Granfialunga non si voltò; con terrore e meraviglia della Rossa, pareva incollato al vetro.
Perché, ora, succedeva un fatto straordinario.
Agli urti reiterati dei due cani furibondi la madia monumentale, dopo avere oscillato più volte in modo inquietante, cedeva e con un’inclinazione terribile veniva avanti, addosso alle due bestie, spalancava gli sportelli, vomitando una valanga di piatti, seppelliva il lepraiolo e il restone, piombava sulla tavola, frantumando il lume e ogni cosa…
Al fracasso spaventevole il vecchio, raddoppiate le grida, balzava dal letto, spalancava la finestra, berciando: — I ladri! aiuto! accorrete!
Granfialunga e la Rossa, raccolte, ciascuno, due galline ancora starnazzanti le ali negli ultimi tratti dell’agonia, si slanciavano come proiettili, sull’aia, traversavano, d’un salto stupendo, la strada e si inabissavano nel bosco, muto come un immenso monumento di marmo bianco, sotto la neve di cui i fiocchi seguitavano ad inseguirsi l’un dopo l’altro, dal cielo nero, posandosi rapidi sulla terra e confondendosi subito all’immenso tappeto uniforme dove ogni traccia non rimaneva scoperta più di mezzo minuto.
Sotto la chiesa, che staccava coi suoi finestroni fiammeggianti in cima al poggio dove i cipressi parevano sforzarsi di sollevare i corpi snelli e neri del lenzuolo che li andava sempre maggiormente avvolgendo, la Rossa si fermò, e, posate sulla neve le due galline, chiese al marito colla bocca tutta piena di penne: — Ma, insomma, vuoi dirmi quel che facevi?
— Nulla! — rispose Granfialunga. — Ma ci hanno mandato a male tanti desinari, gli uomini… e, stanotte, ho voluto buttare all’aria il loro… Te lo spiegherò dopo; ora l’importante è di rientrare in casa e di mangiare.
Le due volpi si tuffarono nella selva e vi scomparvero. Velato, velato, si diffondeva sulla campagna ovattata di neve un fioco suon di campane.
 
 
Ferdinando Paolieri
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