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Racconti di Natale – Il rublo fatato

Carl_LarssonRenato Fucini (1843-1921) nacque e visse in Toscana. La sua opera più nota oggi è la raccolta di novelle Le veglie di Neri (1882), ambientate tra la Maremma e i paesi dell’Appennino pistoiese che conosceva bene anche grazie alla sua attività di ispettore scolastico. Tra i contemporanei fu noto anche come poeta, Giacomo Puccini musicò due sue poesie: E l’uccellino, dedicata a un bambino, e Avanti Urania, composta in occasione del varo dell’omonimo piroscafo. Nel 1916 divenne accademico della Crusca. Il racconto che presentiamo, che per alcuni aspetti ricorda Lo schiaccianoci di E.T.A. Hoffmann, è tratto dalla raccolta Il ciuco di Melesecche. Storielline in prosa e in versi, pubblicata postuma nel 1922.
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Il rublo fatato
Vi è in Russia una leggenda popolare, la quale insegna il modo di procurarsi, per mezzo della magia, un rublo fatato; e questo rublo, quando si spende, ha la virtù di ritornare da sé, intatto, nella tasca di chi lo ha speso. Per giungere a possedere questa magica moneta occorre sottoporsi a una quantità di prove paurose che io non ricordo bene quali e quante siano. Ne ricordo una sola: quella del gatto.

Per questa prova occorre prendere un gatto nero e far di tutto per venderlo nella notte di Natale, tenendo bene a mente che questa vendita deve aver luogo sul crocicchio di tre strade, una delle quali è assolutamente necessario che conduca ad un cimitero. Alla mezzanotte in punto apparirà un individuo il quale entrerà subito in trattative con voi per la compra del gatto. Costui offrirà per la povera bestiola molti denari; ma il venditore è in obbligo di accettare un solo rublo, né più né meno; se no, tutto è inutile. Quando il venditore avrà riscosso la moneta, è indispensabile che se la metta subito in tasca stringendola con la mano, e che si allontani più presto che può, senza voltarsi indietro. Il rublo riscosso sarà quello fatato, sarà cioè quel rublo meraviglioso che ha la virtù di tornare nella tasca del suo padrone subito appena egli lo abbia speso. È inutile dire che quest’affare del rublo e del gatto dev’essere una fiaba bella e buona; ma è certo che molte persone del volgo vi prestano fede a occhi chiusi, come ve la prestavo io quando ero bambino.

E appunto quando ero bambino, una sera di Natale (avrò avuto allora circa sette anni) la mia bambinaia, mettendomi a letto, mi parlò di tante belle cose che avrei potuto fare con quel rublo miracoloso e, prima di lasciarmi, si chinò sul mio capezzale e dolcemente mi sussurrò in un orecchio che questa volta le cose non sarebbero andate come il solito perché la mia nonna era in possesso del rublo fatato, e che si era decisa di regalarmelo. Meravigliato da questa ella notizia, chiesi impaziente alla bambinaia un monte di spiegazioni; ma essa, dandomi un bacio sulla fronte, mi rispose: – Ti spiegherà tutto la nonna; ora dormi tranquillo, e quando ti sveglierai essa ti porterà il rublo agognato e ti dirà come dovrai contenerti quando quella moneta sarà tua.
Allettato da questa cara promessa, mi addormentai più presto che mi fu possibile, col cuore gonfio di gioia, pensando che il giorno di poi sarei diventato finalmente padrone del magico rublo.
La bambinaia non mi aveva ingannato; la notte mi passò di volo, tanto che restai sorpreso di vedere il giorno chiaro quando mi destai e di sentirmi gli occhi fradici di lacrime. La nonna era già accanto al mio letto, con la sua cuffietta bianca ornata di nastri, e mi guardava sorridendo, tenendo fra le dita della sua mano sottile una moneta d’argento, nuova e luccicante.
– Tu hai pianto! – mi disse. – Perché?
Il perché non volli dirglielo, ed essa soggiunse: – Ecco; per consolarti, io t’ho portato, e te lo regalo, il rublo fatato. Prendilo, alzati e fa’ la tua preghiera. Più tardi, noi vecchi, andremo da padre Basilio a prendere il tè, e tu solo… ma intendi bene, perfettamente solo, potrai andare alla fiera di Kron a comprarti tutto quello che ti farà piacere. Là, dopo aver contrattato un oggetto qualunque, metterai la mano in tasca, caverai fuori il rublo e pagherai; ma potrai contrattar subito nuovi oggetti perché il rublo, appena toccate le mani del venditore, sarà di nuovo tornato nella tua tasca.
Io soggiunsi: – Lo so, nonna, lo so! – e strinsi la moneta meravigliosa nella palma della mano, con tutta la mia forza.
La nonna seguitò: – Il rublo ritorna, sì, è vero; e questa è la buona qualità che la natura gli ha dato, e, per di più, non si può smarrire; ma ha però un’altra proprietà che non è punto vantaggiosa: il famoso rublo non ritornerà nella tua tasca, se tu comprerai un oggetto che non sia utile e buono per te e per gli altri, perché se tu spenderai anche un soldo solo malamente, il rublo sparirà subito e sarà impossibile che tu lo ritrovi.
– Cara nonna – dissi – le sono riconoscentissimo per tutto ciò che mi ha detto, ma nonostante che io sia sempre piccino, non mi creda tanto semplice da non saper distinguere le cose utili e buone da quelle inutili e cattive.
– Va bene! Sono contenta delle tue buone intenzioni, ma soltanto mi sembra che tu sia un po’ troppo sicuro di te stesso. Stai in guardia, ragazzo mio, e persuaditi che l’impresa alla quale ti accingi non è tanto facile quanto te la figuri.
– In tal caso, non potrebbe lei accompagnarmi alla fiera?
La nonna acconsentì; ma mi prevenne che non avrei potuto avere da lei alcun consiglio, perché il possessore del rublo fatato deve far tutto da sé, ispirato dal proprio cuore e dalla propria intelligenza.
– Mia cara nonnina, lei stia sicura: basterà che io la guardi in viso, perché così potrò leggerle negli occhi tutto quello che mi occorrerà sapere da lei.

La nonna, vinta dalle mie calde preghiere, mandò ad avvisare il padre Basilio che da lui sarebbe andata più tardi; e ci incamminammo verso la fiera.
Laggiù incontrammo una gran quantità di gente tutta rivestita a festa; e fra questa gente, i ragazzi delle famiglie più ricche, i quali avevano avuto dai loro babbi i soldi occorrenti per le piccole spese, davano una nota gaia, avendo molti di essi già consumato il loro capitale in fischietti di coccio, in trombette e in tamburini, coi quali facevano un terribile frastuono. I bambini poveri che non avevano avuto dai loro genitori altro che pochi spiccioli, stavano indisparte a guardare con invidia, grattandosi il capo e leccandosi le labbra. Io capivo quanto sarebbero stati felici quei poveri piccini se avessero potuto possedere anche uno di quegli ammirabili strumenti musicali per unirsi con tutta la loro anima a quella rumorosa allegria. I fischietti, le trombette, i tamburi non mi sembravano, per dire il vero, oggetti indispensabili, e nemmeno utili; nonostante, il viso della nonna non espresse disapprovazione all’idea che m’era venuta nella mente, anzi il suo sguardo era raggiante di gioia. Questa gioia io la presi, naturalmente, come un segno di approvazione, e, tirato fuori il mio famoso rublo, acquistai una grande quantità di quei rumorosi strumenti, provando la doppia contentezza di veder subito allegri quei poveri piccini e di sentire che proprio, sul serio, nella mia tasca c’era sempre il famoso rublo dopo averne già spesi una diecina.

Fatta la distribuzione dei regali, la nonna, accarezzandomi dolcemente, mi disse: – Vedi, carino mio, tu hai agito benissimo perché anche i bambini poveri hanno diritto di divertirsi; e le persone che, avendone i mezzi, cercano di procurare a questi un poco di piacere, fanno cosa degna di un animo gentile e di un cuore generoso. E per provarti che ho veramente ragione, frugati in tasca e sentirai che il tuo rublo è sempre al posto.
E io pronto risposi: – Lo so, nonna; l’ho già sentito prima che lei me lo dicesse. Il rublo eccolo sempre qui.

Dopo aver comprato qualche dolce per me, mi avvicinai a una bottega di merciaio dove si vendevano stoffe divario genere, nastri, fazzoletti ed altre cose di comodità e d’eleganza, e ne comprai per tutte le persone di servizio alle quali, essendo molte di esse lì presenti, feci subito la distribuzione, guardando che ogni regalo fosse assegnato secondo l’età e il desiderio di ciascuna. Ed era per me una grande contentezza il sentire che, dopo ogni spesa fatta, quel famoso rublo era sempre lì ad aspettare che io l’adoperassi per altre compre. Più tardi acquistai per la figlia della fattoressa, la quale quel giorno s’era promessa sposa, un bel vezzo di corallo, un bel libro di salmi per la vecchia Marta portinaia, un orologio per il cuoco, una canna d’India col pomo d’argento per il padre Basilio e, forse eccedendo in spese che mi parvero alquanto di lusso, comprai anche una bella cintura di cuoio al cocchiere e un organino col mantice al nostro giovane giardiniere che è tanto allegro.

Nel fare tutte queste compre mi dette sempre coraggio il viso della nonna, la quale non prese mai atteggiamento di disapprovazione; e più me ne dette il sentire che in fondo alla tasca c’era sempre intatto il rublo miracoloso.
La mia condotta a questa fiera attirò su di me l’attenzione della moltitudine: tutti mi guardavano, tutti mi seguivano e da ogni parte si sentiva esclamare: – Ma guardate come è bravo e come è buono il nostro signorino Demetrio! – E qualcuno aggiungeva: – È vero che la sua famiglia è ricca; ma se egli ha il modo di fare tanta spesa, non v’è dubbio che deve essergli riuscito d’avere a sua disposizione il famoso rublo fatato!
Per dire il vero, gli elogi di tutta quella gente che mi seguiva guardandomi con affetto e con ammirazione, mi arrivavano dolcemente al cuore; ma nel fondo dell’anima io mi sentivo triste e agitato.

In questo mentre (e non so da qual parte venisse) si avvicinò a me un mercante, il più giovane e il più simpatico di quanti si trovavano a quella fiera, il quale facendomi una profonda riverenza, mi disse: – Io sono, è vero, qui a questa fiera, il più giovane e il più simpatico di tutti i mercanti, ma sono anche quello che ha più esperienza di tutti; e lei non riuscirà ad ingannarmi. So anche che ella può comprare tutto ciò che vi è su questo mercato perché possiede il celebre rublo fatato; ma vi è qualche cosa che anche col suo miracolosissimo rublo ella non potrà acquistare.
– Sì, lo so, lo so anch’io – risposi – sono le cose inutili le quali io, certamente, non comprerò mai.
– Ebbene, lo vedremo. Intanto faccia ben attenzione a quanti, dopo i benefizi da lei fatti, le stanno d’intorno.

Mi voltai di scatto a guardare, e fui dolorosamente sorpreso nel vedere che ero rimasto solo col mercante. La folla che prima mi attorniava si era riversata da un’altra parte della fiera e attorniava invece un certo uomo, lungo come una pertica e magro come una cavalletta, il quale, sopra la pelliccia, indossava una leggera sottoveste di tela, tutta sparsa di larghi bottoni di vetro che ad ogni movimento della sua persona gettavano lampi di luce vivissima.
– Io non trovo in quell’uomo nulla che meriti tanto entusiasmo – dissi al mio compagno.
– Sarà. Ma lei osservi come quest’uomo, invece, piace a tutti. Guardi quanta folla gli corre dietro! E fra quella folla non riconosce nessuno?… Osservi… Li vede? Quei bambini che fanno tanto schiamazzo davanti a lui, sono quei medesimi ai quali ella ha regalato poco fa fischi, tamburi e trombette; quella bella ragazza che si pavoneggia sotto quel ricco vezzo di corallo, è la figliola della fattoressa; la vecchia che si arranca dietro agli altri, tenendo in mano quel libro nuovo dei salmi, è Marta la portinaia; quel prete che si appoggia ad una magnifica canna d’India col pomo d’argento, è padre Basilio; quello che porta alla vita una superba cintola di cuoio e quell’altro che tiene sotto il braccio un delizioso organino col mantice, sono il suo cocchiere e il giovane allegro che guarda i suoi giardini.

Quella vista risvegliò in me un sentimento di dispetto; mi sembrò che tutto quell’entusiasmo sonasse offesa per me e, nello stesso tempo, sentii pungermi acutamente dalla smania di stornare da quel ciarlatano tanta ammirazione e di richiamarla intera, come sentivo di meritarmela, verso di me. E frettolosamente corsi incontro a quell’uomo, e, stringendo nella mano il mio rublo, gli domandai: – Vuoi vendermi la sua sottoveste?

L’uomo dai bottoni di vetro voltò la sua persona dalla parte del sole, i bottoni mandarono lampi da accecare, e risolutamente e con voce sonora mi rispose: – Sì, signore. Io gliela venderò con piacere: ma l’avverto che essa costa molto cara.
– E che me ne importa? Mi dica il prezzo che ne vuole e il nostro affare sarà subito concluso.
– Lei, caro signor bimbissimo, è senza esperienza; ed è naturale alla sua età! – E sorridendo furbescamente, soggiunse: – Ella non capisce di che si tratta. La mia sottoveste non ha alcun valore e, per quello che essa merita, gliela potrei dare anche gratis; ma i bottoni, sebbene di vetro, costano cari… molto cari. Quelli io non potrei darglieli per meno di dieci rubli l’uno. Essi, è vero, non tengono caldo e sono continuamente esposti al pericolo, per la loro fragilità, d’andare in bricioli; ma hanno, in compenso, la grande virtù, coi lampi di luce che mandano, di abbagliare la folla e di tirarsela dietro nel modo come lei vede accadere, qui intorno a me.
– Non c’è nessuna difficoltà – gli dissi. – Sono pronto a darle, per ogni bottone, i dieci rubli che chiede. Si levi da dosso la sottoveste e me la dia.
– Gliela darò; ma prima deve pagarmi.
– Sta bene.
Mi frugai in tasca, tirai fuori il primo rublo e glielo detti: mi frugai di nuovo… la tasca era vuota!… Cercai, raspai, sperando che per qualche sdrucio delle costure mi fosse andato fra la stoffa e la fodera del vestito… Nulla! Il mio rublo era scomparso!
Tutti mi guardavano ridendo; e io, dopo aver tentato inutilmente di trattenere le lacrime, detti in un pianto dirotto, di stizza e di vergogna… In quel momento mi svegliai.

Era spuntato il giorno, e accanto al mio letto vidi la nonna con la sua cuffietta bianca ornata di nastri, la quale, guardandomi sorridente, teneva fra le dita della sua mano sottile un rublo nuovo d’argento che essa, ogni anno, era solita portarmi in regalo la mattina del Natale.
Alla vista di quella vecchina a me tanto cara, capii che tutto ciò che avevo veduto non era altro che un sogno; e mi affrettai a raccontarle per quale causa, dormendo, avessi pianto. Quando le ebbi raccontato tutto, la nonna, così buona, mi disse: – Il tuo sogno è bello, adorabile bambino mio, e potrà esserti anche utile, se mi riuscirà fartene capire il significato. Secondo me, il rublo fatato rappresenta il dono dell’intelletto che la Provvidenza da all’uomo fino dalla nascita; e quel ritornare del rublo tutte le volte che lo avevi speso utilmente significa che la ricchezza dell’intelligenza e del cuore non diminuisce mai, anche se cuore e intelligenza spendono da prodighi tutto il bene che posseggono. L’uomo con la sottoveste sopra la pelliccia e coi bottoni di vetro lucente, rappresenta la stolta Vanità, la quale non è buona altro che ad offuscare la mente; e anche tu, senza accorgertene, ne sei rimasto offuscato, poiché, non contento del molto che avresti potuto fare in seguito col tuo rublo fatato, sei corso dietro al ciarlatano per voler comprare una sottoveste buona a nulla e dei bottoni di vetro, buoni soltanto per abbagliare gli sciocchi. E la punizione t’è venuta meritata e sollecita quando, frugandoti nella tasca, hai sentito che il famoso rublo non c’era più. Così doveva succedere; e sono contenta che dal tuo sogno tu abbia avuto una lezione la quale, spero, non ti uscirà né facilmente né presto dalla memoria. Ora vèstiti, bambino mio, fa’ la tua preghiera e disponi tutte le tue cosine per venire con me alla fiera dove potrai fare in realtà molti acquisti di quelli che avevi fatti in sogno. Vuoi venire?
– Si figuri, nonnina mia! E stia certa che, di tutte le cose che ho comprato sognando, una sola cosa non comprerò ora che sono desto, – io dissi.
– Lo so che cosa non comprerai. Non comprerai la sottoveste coi bottoni di vetro.
– No, non l’ha indovinato! Non comprerò i dolci per me!

La nonna rimase un istante pensosa ed osservò: – Non vedo la ragione perché tu ti debba privare di questo piccolo piacere; ma se tu vorrai importi qualche lieve privazione per goderti più perfetta la contentezza di far del bene agli altri che se lo meritano, allora… allora, nipotino mio, ti capisco.

Dopo queste parole, la nonna mi fissò con uno sguardo traboccante di tenerezza, e ci buttammo l’uno nelle braccia dell’altra, piangendo di riconoscenza e d’amore.
 
 
Renato Fucini
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