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Riccioli d’oro e i tre orsi

Tre_orsiPoche fiabe hanno subito tante metamorfosi in così pochi anni come Riccioli d’oro e i tre orsi (AT 171). Da favola di animali, a filastrocca a fiaba di crescita; dalla Scozia, forse dalla Norvegia, passando per i poeti romantici a Dickens, fino a Tolstoj.
Venne pubblicata per la prima volta nel 1837 nella raccolta miscellanea The Doctor (vol. IV) di Robert Southey (1774-1843), poeta laureato tra il 1813 e il 1843, e appartenente al circolo romantico dei poeti del Distretto dei Laghi con Wordsworth e Coleridge.

In realtà era stata già stampata in privato nel 1831, come regalo di compleanno per un bambino, da Eleanor Muir che ne parla come di una filastrocca già nota.
Ma fu solo nel 1894 che il folklorista Joseph Jacobs individuò il racconto popolare che era già in circolazione, Scrapefoot, e lo incluse nella raccolta More English Fairy Tales. Molto probabilmente era di origine scozzese.
Gli studiosi Iona e Peter Opie (1999) e Maria Tatar (2002) suggeriscono l’influenza di un racconto popolare norvegese – avvalorato dalla dominazione della Norvegia sulla Scozia tra l’VIII e il XV secolo – e dei fratelli Grimm, in particolare di Biancaneve.
Scrapefoot era una vera e propria favola in stile esopico perché era una storia di animali: al posto della bambina che conosciamo c’era una volpe.
Poi, nelle versioni di E. Muir e di Southey, la volpe diventa una una donna anziana. Gli studiosi spiegano questo passaggio con il fatto che la parola inglese “vixe” significa sia volpe femmina che megera. Gli autori, quindi, possono aver frainteso il significato o giocato sull’ambiguità.
La donna anziana fu sostituita con una bambina nel 1850 da Joseph Cundall che curò la raccolta A Treasury of Pleasure Books for Young People, in questo modo i piccoli lettori potevano identificarsi meglio con il personaggio e cogliere la morale della storia.
Dopo aver cambiato molti nomi, nel 1918 la bambina venne definitivamente battezzata Riccioli d’oro (Goldilocks) da Flora Annie Steel nel suo libro English Fairy Tales.
Anche gli orsi hanno attraversato alcuni cambiamenti: intorno al 1850 diventano una famiglia, composta da papà, mamma e figlioletto. Poi, nell’edizione Routledge del 1867 sono caratterizzati da nomi propri.
Un riferimento a questo racconto si trova anche nel capitolo 16 del romanzo di Charles Dickens Il nostro comune amico (1865), ma invece di orsi si tratta di globlin.
Bruno Bettelheim dedica a Riccioli d’oro un intero capitolo del suo Mondo Incantato. Osserva somiglianze e differenze rispetto alle sue parenti più prossime: Cappuccetto Rosso e Biancaneve. E la analizza soprattutto in relazione ai rapporti familiari. Da una parte, la bambina spia le stanze vuote e sperimenta tutti i ruoli attraverso gli oggetti (orso grande, medio e piccolo) per capire quale le si confà, a che punto della crescita è. Dall’altra, la fiaba può essere recepita come il rapporto tra fratelli all’arrivo di un nuovo nato e può funzionare sia che la si racconti dal punto di vista della bambina maggiore (bisogna accettare il più piccolo e controllare l’impulso distruttivo), sia dal punto di vista dell’orsetto, che mantiene il suo posto tra i genitori nonostante la comparsa improvvisa della bambina.
Complessivamente, Bettelheim ritiene che Riccioli d’oro non sia una fiaba di crescita così compiuta come Cappuccetto Rosso e Biancaneve proprio perché il finale rimane “aperto”. Tuttavia proprio questa caratteristica la rende più vicina allo spirito del nostro tempo e ne spiega il successo.
In risposta, la studiosa Maria Tatar sostiene che Bettelheim tende ad esagerare la lettura delle fiabe in chiave strumentale, per veicolare messaggi e modelli comportamentali per i bambini. Per quanto incompiuta come fiaba di crescita, Riccioli d’oro mantiene la morale della favola originaria: l’importanza di rispettare le cose degli altri e il loro spazio.

La fiaba è tanto conosciuta in Russia che si ritiene sia di origine locale – anche perché l’orso compare spesso nelle fiabe russe. La fama e la diffusione de I Tre Orsi (così si intitola nella versione russa) si deve soprattutto al fatto che Lev Tolstoj la riscrisse e la inserì nel Nuovo Abbecedario (1875) – oltre a comparire come sottotesto in Anna Karenina (1877) nella storia del fidanzamento di Konstantin Levin e delle tre sorelle Scerbackij.
Gli studiosi sono divisi sua quale sia stata la fonte di Tolstoj, dato che né nelle sue carte né nella sua biblioteca è stata trovata alcuna edizione della fiaba. I Tre Orsi era stata tradotta in Russia nel 1871 in una edizione bilingue russo-francese, quest’ultima era la seconda lingua corrente tra l’aristocrazia e le persone di cultura del paese.
Ben Hellman porta diverse prove (per sostenere la tesi che Tolstoj si sia basato direttamente sull’edizione inglese Routledge del 1867, sia per l’Abbecedario che per Anna Karenina. Inoltre ricorda che nella tenuta di Jasnaja Poljana si succedettero almeno tre tate inglesi per circa un decennio, tra il 1866 e il 1876.
Ciò che in parte si perde nella traduzione dal russo dell’Abbecedario è il carattere spiccatamente russo che Tolstoj volle dare al racconto, a cominciare dal nome proprio dei personaggi, al cibo che mangiano, perfino al tipo di scodelle.

Riccioli d’oro e i tre orsi è riconoscibile tra le fiabe che hanno ispirato la riuscita serie animata russa Masha e Orso.

 
 
a cura di Cecilia Barella
 
 
Bibliografia
– Bruno BETTELHEIM, Il mondo incantato, ed Feltrinelli
– Katharine M. BRIGGS, A Dictionary of British Folk-Tales in the English Language, Routledge, London, 1970, 2005
– Ben HELLMAN, “Tolstoy’s ‘The Three Bears’: The Metamorphosis of an English Tale into a Russian National Myth”, in Acta Slavica Estonica VI. Studia Russica Helsingiensia et Tartuensia XIV. Russian National Myth in Transition. Tartu, 2014, pp. 163-173
– Maria TATAR, The Annotated Fairy Tales, Norton, London, 2002
– Alan C. ELMS, “The Three Bears: Four Interpretations”, in The Journal of American Folklore, Vol. 90, No. 357 (Jul- Sep, 1977), pp. 257-273

 
 
I tre orsi, di Lev Tolstoj

Una bambina uscì di casa per andare nel bosco. Nel bosco si smarrì, e cominciò a cercare la strada per tornare a casa, ma non la trovò, e giunse invece a una casetta nel bosco.
La porta era aperta: lei guardò nella porta, vide che nella casa non c’era nessuno ed entrò. In quella casetta vivevano tre orsi. Un orso era il padre, si chiamava Michaìl Ivànyc. Era grande e peloso. Un altro era un’orsa. Era più piccola dell’orso, e si chiamava Nastas’ja Petrovna. Il terzo era un orsacchiotto piccino e si chiamava Misutka. Gli orsi non erano in casa, erano andati a spasso nel bosco.
Nella casetta c’erano due stanze: una era la sala da pranzo, e l’altra era la camera da letto. La bambina entrò nella sala da pranzo e vide sul tavolo tre scodelle con dentro la zuppa. La prima scodella, molto grande, era di Michaìl Ivànovic. La seconda scodella, più piccola, era di Nastas’ja Petrovna; la terza scodellina, blu, era di Misutka. Vicino a ciascuna scodella c’era un cucchiaio: uno era grande, l’altro era medio, e il terzo era piccolino.
La bambina prese il cucchiaio più grosso e mangiò una cucchiaiata dalla scodella più grossa di tutte; poi prese il cucchiaio medio e mangiò una cucchiaiata dalla scodella media, poi prese il cucchiaino piccolo e mangiò una cucchiaiata dalla scodellina blu; e la zuppa di Misutka le parve la migliore di tutte.
La bambina volle sedersi un po’, e vide che al tavolo c’erano tre seggiole: una grande, di Michaìl Ivànyc, l’altra più piccola, di Nastas’ja Petrovna, e la terza piccolina, con un cuscinino blu di Misutka. La bambina provò ad arrampicarsi sulla seggiola grande e cadde; poi sedette sulla seggiola media, e ci stava scomoda, poi sedette sulla seggiolina e si mise a ridere, tanto ci stava bene. Mangiò tutta la zuppa e cominciò a dondolarsi sulla seggiola.
La seggiolina si ruppe e lei cadde giù per terra. Si alzò, rialzò la seggiolina, e andò nell’altra stanza. Là c’erano tre letti: uno grande di Michaìl Ivànyc, un altro medio – di Nastas’ja Petrovna, e il terzo piccolino – di Mìsen’ka. La bambina si coricò sul grande, ma stava troppo larga; si coricò su quello medio – ma era troppo alto; si coricò su quello piccolino – e il lettino le andava proprio su misura, e ci si addormentò.
Intanto gli orsi arrivarono a casa, affamati, e vollero pranzare. L’orso grande prese la sua scodella, ci dette un’occhiata e ruggì con voce tremenda:
CHI HA MESSO IL CUCCHIAIO NELLA MIA SCODELLA!
Nastas’ja Petrovna guardò nella propria scodella e rugghiò ma meno forte:
CHI HA MESSO IL CUCCHIAIO NELLA MIA SCODELLA!
E Misutka vide la sua scodellina vuota e pigolò con un vocino sottile:
CHI HA MESSO IL CUCCHIAIO NELLA MIA SCODELLA E S’E’ MANGIATO TUTTO!

Michajlo Ivànyc guardò la propria seggiola e rugghiò con voce trmenda:
CHI S’E’ SEDUTO SULLA MIA SEGGIOLA E L’HA SPOSTATA DI DOV’ERA!
Nastas’ja Petrovna guardò la propria sedia e rugghiò, meno forte:
CHI S’E’ SEDUTO SULLA MIA SEGGIOLA E L’HA SPOSTATA DI DOV’ERA!
Misutka guardò la propria seggiolina rotta e pigolò:
CHI S’E’ SEDUTO SULLA MIA SEGGIOLA E L’HA ROTTA!

Gli orsi arrivarono nell’altra stanza.
CHI S’E’ DISTESO SUL MIO LETTO E ME L’HA GUALCITO!
ruggì Michajlo Ivànyc con voce tremenda.
CHI S’E’ DISTESO SUL MIO LETTO E ME L’HA GUALCITO!
rugghiò Nastas’ja Petrovna meno forte.
E Mìsen’ka prese uno sgabello, salì sul suo lettino e cominciò a pigolare con un vocino sottile:
CHI S’E’ DISTESO SUL MIO LETTO!

E a un tratto vide la bambina e si mise a strillare come se lo stessero scannando:
ECCOLA QUA! PRENDILA, PRENDILA! ECCOLA, ECCOLA! AJ-JA-JAJ! PRENDILA!
E volle morderla. La bambina aprì gli occhi, vide gli orsi e si gettò verso la finestra. La finestra era aperta, lei balzò giù dalla finestra e corse via. E gli orsi non riuscirono a raggiungerla.

 
 
Lev Tolstoj, da “Nuovo Abbecedario” in Tutti i racconti, ed. Mondadori (I Meridiani)
traduzione di Igor Sibaldi
 
 
 

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1 commento

  1. annaritaverzola ha detto:

    Nel libro Blu di Andrew Lang è presente una fiaba francese la cui protagonista è una principessa chiamata Pretty Goldilocks, la quale però nulla ha che vedere con la piccola Riccioli d’oro. Nel libro Verde è contenuta la versione inglese di Southey, intitolata The story of the three bears con la vecchina al posto della bimba. Sempre preziosi e stimolanti i tuoi contributi! Un caro saluto, Annarita

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