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Boemia, la leggenda della primavera

fiabe_boemeContadini, Re, Regine, principi e principesse si misurano con draghi, folletti, malefici incantesimi e ne escono vittoriosi proprio per quel filo d’Arianna da cui si lasciano condurre: la loro umanità ricca di saggezza e bontà, dove il potere esteriore fa solo da corona (mai indispensabile) a quello interiore. Personaggi tipici del mondo ceco come l’ondino, spiritello delle acque, o Krakonos, lo spirito delle montagne, giocano con gli uomini e con i loro difetti, per insegnare, senza alcun moralismo fine a se stesso, il sentiero sicuro da percorrerelungo i boschi più o meno bui della vita.
dalla Prefazione di Massimo Bettetini

Il primo sogno di Primavera

In tempi lontanissimi, in un paese lontanissimo, per due anni regnarono ininterrottamente il gelo e il buio; la gente poteva lavorare soltanto alla luce delle fiaccole di resina; finché c’era la legna, il tempo cattivo non pareva così lungo, e quando si lavorava, le ore sembravano minuti. Ma col passare del tempo, gli alberi incominciarono a sparire e quella povera gente pensava con orrore al momento in cui si sarebbe consumato l’ultimo pezzo di legno; dopo non ci sarebbe stato più né lume, né combustibile. Il freddo era così intenso, che la gente raggelava anche nelle stanze di casa. Fortuna volle che abbondassero i viveri, altrimenti sarebbe sopraggiunta una ben triste morte per fame, buio e gelo.
Ciascuno ricordava i bei tempi passati, quando nel cielo sereno splendeva il sole dorato che riscaldava piacevolmente, quando il paesaggio era inondato di Iuce e il mondo era pieno dei colori e dei profumi dei fiori e delle erbe fresche, quando gli uccellini cantavano allegramente e i ruscelli gorgogliavano: allora gli uomini avevano goduto della primavera, cui seguiva l’estate e poi, come sempre, l’autunno.
Di tutto questo si erano privati con le loro stesse mani.
Ma come?
Due anni prima, in piena estate, imperversava quel caldo che provoca poi temporali terribili per i raccolti dei campi, cosicché la gente si lamentò dell’afa e di tante piogge insieme. Il giorno però in cui un lampo tagliò di netto un prezioso albero di cui non esisteva pari al mondo, il Re non ne poté più, si arrabbiò ed esclamò:
«Preferisco il gelo a questo caldo maledetto! »
Non appena ebbe pronunciato queste parole, il cielo si oscurò e verso la terra scese dall’alto una carrozza enorme, tirata da molti cavalli bianchi.
Nella carrozza stava seduta una signora dal viso pallido, avvolta in un mantello di ghiaccio. Quando la signora scosse il mantello, una gran quantità di neve cominciò a cadere sulla terra, e quando la stessa signora sospirò pesantemente, tutte le acque gelarono: il sole si nascose dietro le nuvole e non si fece più vedere; il paese, che fino a pochi istanti prima fioriva di profumi estivi, fu improvvisamente coperto da una spessa coltre di neve e ghiaccio.
Così la Regina dell’Inverno punì tutti, stuzzicata dalle incaute parole del Re.
Tempo dopo, mentre si riscaldava le mani gelate seduta davanti al caminetto della camera reale, la principessa ricordava malinconicamente il bel tempo di primavera, il caldo dell’estate e le raccolte autunnali.
Improvvisamente, preoccupata da questi tristi pensieri, apparve una bella signora, avvolta in una veste leggera.
Nei suoi capelli dorati si intrecciavano fiori profumati, sulle sue spalle cinguettavano uccellini e volavano farfalle variopinte, e in mano aveva un bel fiore giallo.
La bella signora si avvicinò alla ragazza.
«Non avere paura!», le disse sorridendo gentilmente.
«Non porto sfortuna, anzi, dove io metto piede, porto il bene. So che voi tutti rimpiangete i bei tempi in cui faceva caldo. Ho avuto pietà di voi e sono riuscita a persuadere la Regina dell’Inverno, mia zia, a lasciare il vostro paese. Io sono la Primavera e desidero fermarmi qui tra voi per un certo tempo. Poi verrà Estate, mia sorella, e poi Autunno, che è il mio zio buono e saggio. Abbiate pazienza e sopportate i capricci di noi stagioni.»
Detto ciò, Primavera alzò la mano.
«Figlia mia», continuò, «pianta questo fiore nel giardino reale, perché ha un potere magico. Fa’ come ti dico e vedrai con i tuoi occhi!
E si chinò a baciare la ragazza sulla fronte candida.
La figlia del Re si risvegliò come-da un sogno. Attorno non c’era che buio; il fuoco nel camino si era spento e uno spiffero gelido attraversava la stanza.
«Che bel sogno!», sospirò malinconicamente e fece cenno di alzarsi. Ma in quel momento si accorse di tenere in mano un fiorellino. Accese una candela e riconobbe in esso il fiorellino giallo. Ricordò la gentile Primavera, corse in giardino, spazzò via la neve, scavò un buco e piantò il fiore, come le era stato ordinato.
Ed ecco, tutto a un tratto si fece luce, il cielo si rasserenò e il sole riprese a splendere riscaldando con i suoi piacevoli raggi tutto il paese che rinverdì e rifiorì. Gli uccelli ripresero a cantare e i ruscelli, liberatisi dal ghiaccio, a gorgogliare.
La primavera tornò nel paese.
La figlia del Re ebbe dunque il suo primo sogno di primavera che si realizzò grazie ai fiore giallo che sbocciò e così da allora fu chiamato Primula.

 
 
Fiabe boeme, a cura di Massimo Bettetini, ed. Rusconi, 1993
 
 
 

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