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Incontro con l’autore: Antonia Arslan

antonia_arslanIl 13 aprile 2015, a Roma, presso il Pontificio Seminario Romano Maggiore a S. Giovanni in Laterano, si è tenuto un incontro con la scrittrice Antonia Arslan dal titolo “Gli armeni dal genocidio alla speranza”.
Docente di letteratura italiana all’università di Padova, città in cui è nata, Antonia Arslan discende da una famiglia armena rifugiata in Italia durante la persecuzione. L’Armenia ha permeato tutta la sua narrativa, e lo sterminio del suo popolo è al centro del suo romanzo più celebre, La masseria delle allodole (2004), al quale è seguito La strada di Smirne.
La masseria delle allodole ha avuto un enorme successo tra i lettori e si può dire che ha rivelato la questione armena al grande pubblico italiano. È stato tradotto in più di 20 lingue e nel 2007 i fratelli Taviani ne hanno tratto un film con lo stesso titolo.

Presentando la scrittrice, d. Andrea Lonardo ha sottolineato che la sua narrativa è una riflessione sul perché del male, che non si può spiegare semplicemente con le condizioni sociali o personali di chi impone il male. La storia ci ha mostrato ripetutamente che nelle stesse condizioni, anche estreme, scaturiscono azioni malvage e azioni di bene gratuito.
Nelle storie che scrive Antonia Arslan non manca mai la speranza. Al riguardo, la scrittrice cita il poeta gallese Dylan Thomas (1914-1953), in particolare la poesia “A Refusal to Mourn the Death, by Fire, of a Child in London” (Rifiuto di piangere la morte di una bambina in un incendio a Londra) che termina con il celebre verso “Dopo la prima morte non ce n’è un’altra” (After the first death there is no other). Queste parole l’hanno convinta a descrivere il male e il dolore, senza censurarsi e senza cedere al vittimismo, nella certezza che il momento più buio nella vita di ciascuno non è l’ultimo.

Durante l’incontro è intervenuto anche lo scrittore romano Giovanni Ricciardi, da molti anni profondo conoscitore della questione armena. Nel 2000, infatti, mentre lo stato italiano stava discutendo se riconoscere lo sterminio degli armeni, fu incaricato dalla rivista “30 Giorni” di scrivere un dossier sulla tragedia. All’epoca, racconta, la bibliografia sull’argomento era ancora molto carente – oggi l’editore Guerini di Milano è specializzato sul tema dell’Armenia.

Antonia Arslan ricorda che l’anniversario della persecuzione degli armeni è il 24 aprile, giorno in cui nel 1915 vennero radunati e deportatigli uomini che rappresentavano l’élite culturale e amministrativa della minoranza armena. Arresti e deportazioni continuarono nei giorni successivi finché su una popolazione di 2 milioni di persone ne morì quasi un milione e mezzo.

A questo punto, Antonia Arslan spiega la storia della parola genocidio, coniata dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, il quale voleva trovare una definizione per l’Olocausto e aveva studiato per molti anni la persecuzione degli armeni – il legame tra ebrei e armeni è ricorrente nella storia.
L’11 dicembre 1946, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconobbe il crimine di genocidio con la risoluzione 96 come “Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, gruppi razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte”.
Uno dei primi a pronunciarsi contro lo sterminio di questa popolazione fu Benedetto XV, che scrisse la Nota di Pace ai capi dei popoli belligeranti del 1 agosto 1917.

La deportazione degli armeni fu testimoniata dalle molte fotografie scattate da Armin Theophil Wegner, un paramedico dell’esercito tedesco che affiancava l’impero ottomano. Successivamente Wegner si dichiarò contrario alla Shoah e fu imprigionato. Oggi è riconosciuto un “Giusto” sia dal popolo ebraico che dal popolo armeno. Negli ultimi anni, infatti, anche l’Armenia ha intrapreso la ricerca dei giusti, ovvero di coloro che davanti allo sterminio non hanno voltato lo sguardo ma si sono dimostrati solidali con la popolazione perseguitata. Nella Masseria delle allodole, Antonia Arslan racconta di un contadino che prova pietà per un cadavere abbandonato nella campagna e lo seppellisce. La scrittrice afferma anche che nei suoi romanzi ci sono sempre alcuni personaggi greci, popolo che ammira molto e che spesso, di fatto, ha aiutato gli armeni. Durante l’incontro in Laterano, ha ricordato l’ambasciatore americano a Costantinopoli, di origine ebraica, che raccolse 20 milioni di dollari per riscattare i bambini che erano stati inseriti nelle famiglie turche. Li portò in Francia e negli USA – paesi che oggi accolgono le comunità armene maggiori. Alcuni di questi bambini transitarono per l’Italia, e uno degli orfanotrofi improvvisati che li ospitò si trovava a Castel Gandolfo, all’interno della residenza papale.

Una delle caratteristiche del genocidio armeno fu il destino diverso che subirono gli uomini e le donne, insieme a vecchi e soprattutto bambini. Mentre gli uomini vennero presto eliminati durante le marce della deportazione, le donne e le bambine furono introdotte in famiglie turche come domestiche ma anche come mogli, quindi madri, costrette a cancellare il proprio passato – anche se non lo dimenticarono. Capitava spesso che venissero considerate ignoranti e analfabete, ma nel 1915 tutte le bambine armene erano alfabetizzate perché ogni piccolo villaggio aveva la scuola che era frequentata allo stesso modo da maschi e da femmine. La cultura era un valore importante per il popolo armeno. Nel 1915, un gruppetto di donne in fuga dal proprio villaggio distrutto dai turchi trovò un antico manoscritto (XIII secolo) presso le macerie di un monastero. Il libro era pesante (32 kg) quanto prezioso, così, pur di salvarlo, decisero di dividerlo in due per riuscire a trasportarlo. Antonia Arslan ho raccontato questo storia vera nel suo romanzo Il libro di Mush.

Negli ultimi anni, la raccolta di documenti e testimonianze sullo sterminio, oltre ad aprire il tema dei giusti, ha aperto anche la ricerca delle famiglie turche di origine armena, quasi tutte per linea femminile. Ecco perché è importante parlare di questa storia, ha spiegato Antonia Arslan quando al termine dell’incontro le è stato chiesto perché parlare oggi della persecuzione degli armeni. Non affinché non succeda più – ha risposto – come si dice spesso anche riguardo alla Shoah, ma per rivelare la storia, perché il male può arrivare anche a piccoli passi e in modo apparentemente banale, per trovare il coraggio di ammettere la verità.
Nel 2011 in Turchia è scoppiato il caso letterario del romanzo di Çetin Fethiye Heranush, mia nonna, uscito alcuni anni prima e giunto al successo di numerose ristampe (e traduzioni) grazie al tam tam in sordina dei lettori. Come la protagonista del romanzo, in Turchia molte donne o i loro nipoti hanno trovato il coraggio di rivelare la loro origine armena. Così, dopo La Masseria delle allodole, ancora una volta un romanzo ha avuto un ruolo importante nella conoscenza della questione armena.
 
 
 
Bibliografia citata:

Antonia Arslan, La masseria delle allodole, ed. Rizzoli
Antonia Arslan, La strada di Smirne, ed. Rizzoli
Antonia Arslan, Il libro di Mush, ed. Skira
Çetin Fethiye, Heranush, mia nonna. Il destino di una donna armena, Alet Edizioni, 2007
 
 
Il dossier di Giovanni Ricciardi su “30 Giorni”
http://www.30giorni.it/articoli_id_426_l1.htm
 
 
 

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