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Introduzione ai fratelli Grimm

Simonelli_fiabe_copertinaArticoli e edizioni critiche delle fiabe dei Grimm apparsi negli ultimi anni hanno riacceso il dibattito sulle riscritture e revisioni successive che i fratelli hanno operato nel corso del tempo. Saverio Simonelli fornisce la sua interpretazione, da filologo (quali gli stessi Grimm erano) e sulla base di molti documenti consultati, ci illustra in uno stile scorrevole e narrativo il loro metodo di lavoro.

È il 1808 quando i fratelli Grimm si affacciano sulla scena culturale tedesca. Sono freschi di laurea in giurisprudenza all’Università di Marburg dove hanno studiato con Friedrich Karl von Savigny il grande studioso di diritto medievale che gli ha insegnato come leggere e studiare gli antichi manoscritti, le testimonianze di quell’epoca che tanto li affascina. Il primo lavoro è una recensione di un’edizione del poema dei Nibelunghi, l’iliade antico germanica con le sue faide, i tradimenti, l’esaltazione del valore eroico perseguito fino alla morte, e poi gli elementi soprannaturali, parole, espressioni che costituiscono l’ossatura della lingua e della cultura primitiva di quei popoli e portano tracce di origini ancora più remote. Subito dopo Wilhelm scrive un primo saggio sulla nascita della poesia tedesca antica e sul suo rapporto con quella nordica. Oltre a recensire e commentare, però, si occupano in prima persona dell’edizione critica di alcuni testi, tra i primissimi della letteratura nascente in lingua tedesca: la Preghiera di Wessobrunn e soprattutto il Carme di Ildebrando, la storia, che risale al periodo delle migrazioni dei popoli e pervenutaci incompiuta, del duello tra un padre e un figlio che non si riconoscono e incrociano le spade davanti ai loro eserciti.
È in quegli anni che inizia il lavoro sulle fiabe. Ci lavoreranno praticamente mezzo secolo per sette diverse edizioni, la prima del 1812 l’ultima del 1857, rielaborando fonti orali e scritte, fiabe raccontate da contadine e buoni borghesi tedeschi, famiglie di origine ugonotta, parroci, militari, e farmacisti, lavorando sui testi di Basile, Perrault, Runge. E parallelamente scriveranno saggi, grammatiche, analisi comparate di quasi tutte le lingue indoeuropee, incoraggeranno studiosi di altre nazioni a fare altrettanto, realizzeranno una imponente storia della Mitologia Tedesca e avvieranno la titanica impresa del Dizionario tedesco che fungerà da modello per tutt’Europa. Codificheranno, infine, anche delle leggi sui mutamenti consonantici delle lingue germaniche che portano tuttora il loro nome e sono il punto di partenza di qualsiasi studio della materia.
Sembra quasi impossibile che basti una vita per tutto questo, anche se è una vita al quadrato. I due fratelli hanno sempre lavorato a contatto di gomito, anche quando non erano del tutto d’accordo sugli argomenti affrontati. Ma ne discutevano sempre insieme. E quando non erano vicini si scrivevano. Ai tempi dell’Università, per risparmiare dormivano nello stesso letto, uno da capo e uno da piedi. Quando Wilhelm si sposò Jacob entrò naturalmente nella nuova famiglia. Ma così come le penne d’oca usate anche i loro lavori si sono leggermente differenziati. Più filologo Jacob, il cui lavoro culmina proprio nella Deutsche Mythologie, più poeta Wilhelm, la cui mano si sente molto di più nelle ultime edizioni delle Fiabe.
Con la forza istantanea e immutabile della rappresentazione architettonica il monumento eretto nella piazza centrale di Hanau, la loro città natale, illustra perfettamente questa simbiosi piena ma complementare delle loro vite, vissute nell’unità di intenti ma nella diversificazione dello stile, dell’esecuzione delle medesime idee. Wilhelm è seduto con un voluminoso libro sulle ginocchia. Non guarda però il testo e i suoi occhi sono rivolti lontano, verso ciò che vede e insieme immagina, tra memoria e futuro. Jacob è in piedi e gli tiene una mano sulla spalla, ma il suo sguardo punta dritto sul libro, inseguendo le parole, le loro origini i loro significati.
Quando lo hanno costruito, alla fine dell’800, i tedeschi si sono tassati per finanziarlo. Secondo la testimonianza di Hermann, figlio di Wilhelm, anche molte persone povere o poco abbienti hanno voluto donare qualche spicciolo, proprio perché oramai in quegli anni le fiabe dei Grimm erano diventate patrimonio di tutti. O forse ritornate ad esserlo, in forma nuova rispetto a quando avevano preso vita da racconti, immagini, desideri dei singoli, trasmessi di generazione in generazione.
E questo con buona pace di quei troppi studiosi, folkloristi, antropologi, psicologi e psicanalisti (ma non i filologi) che le fiabe le hanno passate al vaglio delle rispettive competenze sbriciolando i racconti in elementi, componenti, temi reali o il più delle volte, presunti. E accompagnando l’operazione con critiche infinite e spesso mal poste.
La più comune: avere imborghesito le storie, più crude nella prima edizione e poi mano a mano più edulcorate, aver tolto riferimenti di natura sessuale, aver espunto fiabe non considerate rigidamente tedesche, aver creato uno stile fiabesco eccessivamente poetizzato, lontano dallo spirito degli originali, e poi scendendo sempre più nel particolare: aver fatto passare una narratrice di origine ugonotta per un’autentica tedesca dell’Assia, di avere finto, addirittura, di fare un servizio allo spirito autentico delle fiabe.
In un saggio di fine secolo scorso il professor Jack Ellis sostituì per i Grimm il termine “folklore” con “fakelore” “imbroglio, frode, camuffamento della tradizione”. E gli attacchi non hanno risparmiato neanche singoli aspetti, singole caratterizzazioni. Nel 2006 l’americano Jack Zipes, tra i più stimati folkloristi, tornava a evidenziare come Wilhelm avesse tolto al cacciatore di Biancaneve i trattamenti più marcatamente virili, facendo poi della fanciulla il modello della brava ragazza di buona famiglia.
Maria Tatar, critica femminista, in un libro di poco antecedente bacchettava i fratelli per aver omesso dalla stessa fiaba ogni traccia del conflitto materno introducendo la figura della matrigna in nome della “preservazione borghese della santità della famiglia”, senza pensare a quanto sia più efficace “far morire” la madre vera all’inizio della storia per amplificare il senso di spaesamento e di abbandono della protagonista la cui crescita diventa così ancor più singolare e significativa, come ogni fiaba deve pur essere.
Ma tant’è: raramente nella storia della letteratura un testo ha subito un fuoco così serrato, continuo e virulento di attacchi, e forse, ed è quasi comico osservarlo, è la prima volta che di un’opera si è criticata e lamentata la dimensione autorale, rimproverando di fatto ai Grimm quello che è il sacrosanto diritto di qualsiasi narratore: scrivere un testo in maniera personale. Questa gente ha di fatto preteso e a posteriori che i Grimm svolgessero per loro la mera mansione di competente imbuto di materiali antichi, neanche di filtro, ma di semplice passepartout per le storie. Da mummificare.
È vero che i Grimm non li hanno aiutati giurando nelle diverse prefazioni del testo sulla fedeltà al contenuto degli originali. Bisogna però intendersi sul senso delle parole. La così tanto deprecata “poetizzazione” delle storie era per Wilhelm proprio questo atto di fedeltà allo spirito che le aveva immaginate in un attimo di meraviglia nei confronti dell’immensità e indecifrabilità del mondo. Solo una prosa poetica, capace di incanti poteva ricrearlo. I Grimm erano convinti che quelle storie fissassero gli attimi di trasalimento in cui l’immaginazione vedeva all’opera nelle cose un mistero che non si sapeva come altrimenti rappresentare. I cacciatori preistorici fissavano sulle rupi le immagini della loro caccia perché non si accontentavano di viverla, allo stesso modo i primi narratori di quelle storie crude, atroci e dolcissime le raccontavano pensando di far capire che al mondo c’erano al lavoro forze insondabili e misteriose alle quali solo lo sguardo dell’immaginazione poteva dare forma e consistenza. Ecco allora giganti e orchi, animali parlanti, nani terribili o munifici, ma anche padri e madri che divorano i propri figli che poi miracolosamente tornano in vita. Un gran teatro del mondo per dire che c’è qualcosa di più in quel mondo. E che va conservato.
I Grimm – soprattutto Wilhelm – pensavano allora che spettasse proprio a loro il compito di risalire “poeticamente” a quello sguardo, di riprodurne l’incanto ma con i mezzi della lingua del loro quotidiano, una lingua anche a volte elementare, piena di proverbi, allusioni, eppure adatta ai bambini senza rinunciare però a riferimenti colti che la impreziosivano agli occhi dei lettori più maturi e ne esaltavano l’antichità, la “autenticavano”.
Questa era la loro idea, giusta o sbagliata che sia per occhi molto più disincantati come i nostri, ma se non si pone come requisito critico basilare l’aderenza all’idea iniziale, all’intento di un autore è inevitabile che qualsiasi operazione critica, anche la più documentata e inconfutabile semplicemente spari verso un obiettivo personale ed estraneo all’opera, fittizio, che nulla c’entra con la sua realtà.
Ai Grimm è toccato in sorte esattamente lo stesso destino che Tolkien lamentava a proposito del Beowulf, il primo poema della lingua anglosassone: un’opera compulsata, dissezionata, sminuzzata fin nell’infinitesimo anche a costo di perderne il senso complessivo e la natura di racconto. Alla fine, come notava l’autore de Il Signore degli Anelli, il poema non interessava e non si capiva più e soprattutto si era persa quella potenza evocativa, quella capacità di ampliare lo sguardo dei lettori di cui era invece capace.
I Grimm hanno creduto che col linguaggio della fiaba, con le intuizioni della poesia, con il ritmo di una storia sussurrata l’immaginazione di chi ascolta si potesse attivare, allenarsi a spaziare, a vedere meglio i contorni delle cose reali, a pensare che ciò che si vede è così ma potrebbe essere anche in altri modi, tutti da scoprire o inventare. Hanno pensato che un’opera così potesse portare il passato nel presente e parlarci come dal futuro. E se molti critici queste tesi hanno smontato non lo hanno fatto i lettori, non solo bambini, che ancora conservano di queste storie una memoria che è anche ristoro e consolazione, e che, di tanto in tanto, accende una luce strana nella vita.
È soprattutto per loro questo viaggio sulle strade delle fiabe, da Hanau dove i Grimm sono nati, fino a Brema dove dovevano arrivare i musicanti. E in mezzo tanti fatti, aneddoti e persone che ancora oggi fanno mestieri molto ma molto simili a quelli delle fiabe, tanto che realtà e immaginazione spesso si sovrappongono o si scambiano di ruolo.

Il brano è tratto da:
Saverio Simonelli, Nel Paese delle fiabe. La Germania magica e misteriosa dei fratelli Grimm, Giulio Perrone editore, 2012
 
 
 

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