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CfP – Figure dell’insegnante nella letteratura italiana

Da Ludovico Ariosto a Umberto Eco, da Edmondo De Amicis a Pier Paolo Pasolini e molti altri.
Maestri, precettori e pedagoghi.Figure dell’insegnante nella letteratura italiana
12-13 febbraio 2015
Convegno Internazionale di italianistica del CELEC di Saint-Etienne (Francia)
Scadenza per l’invio delle proposte: 15 settembre 2014

Sulla scia di un lavoro di ricerca pluriennale sulle diverse forme dell’autorità, questo convegno analizzerà le rappresentazioni letterarie dell’insegnante: colui che incarna l’autorità nella misura in cui possiede e padroneggia gli strumenti della cultura e del linguaggio. Nelle sue molteplici declinazioni – maestro, precettore, educatore, pedagogo – questa figura ha una lunga storia nella letteratura italiana, dall’Orlando Furioso di Ariosto (1516, 1521, 1532), dove Atlante serve da precettore a Ruggiero, passando attraverso i pedagoghi della commedia (Bibbiena, La Calandria, 1513) e i precettori delle famiglie aristocratiche del Settecento (Parini, Il giorno, 1763-1765), per arrivare fino ai maestri di scuola del romanzo ottocentesco e alle variazioni sul tema così frequenti nel Novecento.
Se l’Atlante del Furioso – in cui rivive il vecchio Fenice tutore di Achille (Iliade, canto IX) – è un uomo saggio, dotato di qualità superiori e anzi di facoltà magiche, il precettore della commedia eredita i tratti grotteschi tipici di questo personaggio già nelle commedie dell’antichità classica. Non molto diversa la sorte del maestro-pedagogo del Settecento: vanitoso e pedante, costui assomiglia invariabilmente a quel vero campione della categoria che risponde al nome di Pangloss (Voltaire, Candide, 1759).
Il caso del «precettor d’amabil rito» che cura l’educazione del «giovin signore» nel poema di Parini è tuttavia un po’ diverso: questa figura dello scrittore – Parini era precettore presso il duca Serbelloni a Milano – partecipa del mondo frivolo del suo allievo, dei suoi vizi e privilegi, ma rivela al tempo stesso, attraverso la sua voce ironica, il vuoto che lo circonda.
Nel complesso, nella letteratura dei secoli dal Quattro al Settecento l’insegnante – che sia precettore, pedagogo o semplice maestro di scuola – si va trasformando in figura definitiva dell’infelicità. Sospeso in una posizione sociale ambigua, fra il padrone nel senso hegeliano del termine e il servitore o lo schiavo, il maestro suscita il sospetto e l’odio degli uni e degli altri, servitori e padroni, e diventa a sua volta ostile agli uni come agli altri. Pieno di ambizioni frustrate, può servirsi soltanto della sua cultura e del suo talento pedagogico per cercare di accedere a una società aristocratica o borghese, che però lo respinge, relegandolo in un ruolo subalterno. Il maestro diventa allora, nel romanzo ottocentesco, un personaggio infelice, ‘minore’ per definizione, comico per statuto. Anche quando non è ridicolo e risulta invece fornito di qualità morali, la tristezza e la sventura non lo abbandonano mai: il primo giorno di scuola il Maestro Perboni, in Cuore (1886) di Edmondo De Amicis, confessa agli scolari che non ha più famiglia né madre, ed è insomma completamente solo al mondo. Quid della figura del maestro nella letteratura del Novecento? Fra autorità riconosciuta o – più spesso – contestata, ‘uccisione del padre’ o viceversa omaggio all’insegnante e all’istituzione che rappresenta, gli esempi che potranno suscitare la riflessione sono numerosi; per citarne solo alcuni: il maestro di lingua persiana nel Dialogo dei massimi sistemi (1937) di Tommaso Landolfi; Giovanni Mosca, Ricordi di scuola (1939); Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano (1962); Natalia Ginzburg, Lessico famigliare (1963); il personaggio di Laurana in A ciascuno il suo di Leonardo Sciascia (1966); Goliarda Sapienza, Lettera aperta (1967); la lettera a Gennariello nelle Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini (1976); la coppia Guglielmo da Baskerville-Adso da Melk nel Nome della rosa (1980) di Umberto Eco; Mery per sempre (1987), testo di Aurelio Grimaldi che è all’origine del film (1988) di Marco Risi; Io speriamo che me la cavo (1990) di Marcello D’Orta (il maestro non vi figura direttamente, ma costituisce per così dire il presupposto del testo, perché è lui a riunire i temi degli studenti in una raccolta che è, propriamente, il libro); i romanzi polizieschi di Margherita Oggero; e via di seguito.

Le proposte di comunicazione devono essere spedite a:
stefano.lazzarin@univ-st-etienne.fr e agnes.morini@univ-st-etienne.fr
il 15 settembre 2014 al più tardi.
Gli abstract saranno esaminati dal nostro comitato di lettura e le risposte fatte pervenire ai partecipanti entro il 30 ottobre 2014
 
 

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