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Memorie di Isacco

amen_oggeroAnziano e insonne, Isacco, figlio di Abramo, ricorda tutta la sua vita: l’infanzia, il fratellastro, il conflitto tra i suoi figli Esaù e Giacobbe e la parzialità di sua moglie verso i figli. Il ricordo, infatti, si sofferma in particolare su Rebecca sua moglie e, prima di lei, su sua madre Sara, sul loro rancore silenzioso verso la stessa meschinità che ha segnato Isacco e suo padre Abramo come mariti per salvaguardare se stessi quando si trovavano in terra straniera.
I ricordi di Isacco sono scanditi dalle domande che egli pone a Dio sui perché della sua vita, e del destino dell’uomo.
La storia di Isacco è stata romanzata dalla scrittrice torinese Margherita Oggero per la collana Scrittori di Scrittura, Effatà Editrice.

Per gentile concessione dell’editore Effatà, pubblichiamo il brano del libro Amen. Memorie di Isacco che racconta uno degli episodi biblici più noti: il sacrificio di Isacco.

Non parlava molto mio padre: le parole degli uomini, disse una volta, hanno più facce, nascondono inganni, hanno sensi volubili e si piegano alle attese di chi le ascolta; quelle di Dio invece no, il Suo sì è sì, il Suo no è no, e i Suoi comandi non si interpretano né si discutono.
In quei tre giorni di viaggio, quei giorni indimenticabili, scolpiti nella mia memoria come in una stele, mio padre fu quasi muto. Camminava assorto, di buon passo, chiuso in sé, e ogni tanto spronava l’asino perché accelerasse, come se avesse una gran fretta di arrivare alla meta. Il suo travaglio l’ho capito dopo e adesso mi accora, ma allora pensavo che qualche momento di sosta avrebbe potuto concederlo a noi e a se stesso, che la fretta imperiosa fosse solo una manifestazione di potere, una specie di voluta arroganza.
Tre giorni che nella memoria si sono dilatati, sono diventati settimane, mesi, anni e hanno gettato un’ombra cupa su tutta la mia vita.
Allora io ero un ragazzo e nel cammino mi svariavo con pensieri da ragazzo, ma quando, giunti in vista del luogo sulla montagna, mio padre congedò i servi e l’asino, mi affardellò della legna per il sacrificio e prese con sé il fuoco e il coltello, il mio cuore cominciò a tremare, e le sue parole di risposta alla mia domanda (Figliuol mio, Iddio se lo provvederà l’agnello per l’olocausto!) per la prima volta mi parvero intrise di doppiezza.
Il pendio era ripido, le mie gambe si erano fatte di pietra, un sudore di paura quasi mi accecava: padre, imploravo in silenzio, dimmi che non è vero quello che temo, sciogli la mia angoscia, tu che mi hai generato non puoi darmi la morte! Ma quelle parole non mi riuscì di articolarle, perché il terrore si scontrava con l’incredulità, e il rispetto mi faceva groppo in gola.
Continuai a restare murato nel silenzio, e quando lui, dopo avermi legato e posto sull’altare che aveva eretto, impugnò il coltello per scannarmi, qualcosa di me morì, la ferita da cui avrebbe dovuto sgorgare il mio sangue non si rimarginò mai e il suo pus infetto si è trasformato in domande senza risposta, domande che hanno avvelenato la mia vita e avvelenano questa vigilia di morte.
Abramo, padre mio, quanto mi amavi? Non abbastanza per implorare da Dio una prova più mite?
E Tu, Signore mio, che il Tuo nome sia sempre benedetto, perché ci hai creati a Tua immagine e somiglianza, ma non ci hai concesso di capirTi?

Il secondo brano tratto dal romanzo è quello del baratto della primogenitura per un piatto di lenticchie tra i figli di Isacco: Esaù e Giacobbe.

I ricordi, in questa giornata che avanza lentamente verso il fulgore del mezzogiorno, sono tornati a visitarmi. Il ricordo dei gemelli, così diversi anche se concepiti nello stesso momento e generati dallo stesso ventre. Ma già prima della nascita il loro destino era segnato, perché il Signore così decretò, annunciando a Rebecca che avrebbero dato origine a due popoli, uno dei quali sarebbe stato più forte dell’altro, e il maggiore avrebbe servito il minore.
Esaù era il maggiore, e crescendo restò ingenuo e sprovveduto di fronte alla vita quanto un bambino, tenace nei lavori dei campi e nella caccia, ma incapace di programmare il domani; mentre Giacobbe, il minore, si rivelò scaltro e intraprendente, pronto a giovarsi di ogni opportunità, a trarre beneficio da ogni debolezza altrui.
E tra di loro, la presenza ingombrante di Rebecca, a dividerli anziché unirli in un affetto equanime: Rebecca che parteggiò senza vergogna per il minore, per quello più avveduto e più bello, Rebecca che non disapprovò la sua frode, Rebecca che più tardi si fece sua complice nella menzogna e nell’inganno.
Era brutto Esaù quando nacque, rosso e tutto quanto come un mantello di pelo, ma può una madre disamorarsi di chi ha appena dato alla luce perché il suo sguardo non ne è appagato?
Rebecca poté, e quel figlio irsuto come un animale non le fu mai caro, né lo sentì figlio.
Signore, perché hai decretato la pena di Esaù prima ancora che fosse partorito? Di che colpa si era macchiato mentre scalciava nel ventre di sua madre? Perché i Tuoi occhi gli furono così ostili?
Il raccolto era stato scarso, la siccità prima e la grandine poi avevano falcidiato le messi.
Si viveva nel timore di un’altra carestia e la mia gente sentiva gli effetti della penuria. Dal cielo non piovevano quaglie come nel deserto, e la selvaggina sembrava essere fuggita tutta altrove. Esaù, gran cacciatore e cuore generoso, si era spinto lontano, portando con sé solo qualche focaccina e una zucca con l’acqua.
Tornò barcollando una sera, carico di prede, ma stremato dalla fatica e dalla fame, polveroso e ansimante. Si lasciò cadere a terra, perché le gambe non lo reggevano più, lo stomaco era contratto dal digiuno, la vista annebbiata, tutto il corpo dolorante al punto che si sentiva morire.
Giacobbe, seduto davanti alla sua tenda, aveva appena finito di cucinarsi una zuppa: alzò lo sguardo verso il fratello, ma non gli indirizzò un saluto, né una parola di conforto. Fu Esaù a parlare, e a chiedere, quasi per carità, un po’ della minestra rossa e fumante. Chiunque gliel’avrebbe offerta spontaneamente, senza bisogno di essere pregato, chiunque ma non suo fratello, che si comportava tenendo sempre a mente solo il profitto. E in cambio di un piatto di lenticchie chiese sfrontatamente ciò che non gli era dovuto, ciò che malgrado la sua bellezza e le mille preferenze materne gli era precluso.
Esaù, figlio mio dal cuore bambino, Esaù dall’animo semplice di agnello, povero Esaù che sempre patisti la freddezza materna che io non seppi compensare, Esaù dimmi: quanto grande fu il tuo sconforto in quel momento?
Lo sfinimento del corpo si unì con quello del tuo animo tante volte umiliato e ferito, e ti parve di non poter resistere più: Ecco, io sto per morire – sussurrasti quasi impercettibilmente –, che mi giova la primogenitura? Ma Giacobbe ti udì e prima di porgerti il piatto di zuppa pretese che tu giurassi la rinuncia.
Io ero lontano, come le tante volte in cui ti furono fatti dei torti, in cui dovesti subire prepotenze; io, padre inutile e disattento; io, marito incapace di imporre un freno alla parzialità di mia moglie. Ma lei, Rebecca, era quella moglie che avevo negato essere tale per mettermi al riparo dalle insidie. La mia colpa, non espiata abbastanza, era ricaduta su mio figlio.
Signore Iddio, so bene che un giuramento è un vincolo sacro che non si può sciogliere, ma resta tale quando è pronunciato da chi quasi non è in sé, da chi è talmente spossato di tutte le sue forze da sentirsi addosso il fiato della morte? E chi approfitta dello sfinimento di suo fratello è proprio degno della Tua benevolenza?

Margherita Oggero
Amen. Memorie di Isacco, ed. Effatà

 
 
Puoi leggere anche Scrittori per la Scrittura: una nuova collana
 
 

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