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Ancora in difesa delle fiabe

cappuccetto_rosso_doréIn ritardo e in modo maldestro, l’Italia “copia” una clamorosa quanto diseducativa iniziativa del governo spagnolo del 2010: eliminare le fiabe classiche dalla scuola. Il quotidiano Avvenire ha dato la notizia per primo il 14 e 15 febbraio 2014, seguito da altri quotidiani quali il Corriere della Sera con un commento di Isabella Fedrigotti.

Questi i fatti: l’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) che dipende dal Dipartimento Pari Opportunità, ha commissionato all’Istituto Beck un kit di 3 libretti intitolati “Educare alla diversità a scuola” per gli insegnanti della scuola elementare, media e superiore.
Questi libretti prendono di mira le fiabe perché colpevoli di un’educazione maschilista. Non so con quale competenza in materia di fiabe siano stati scritti, credo pochissima. E sorprende che queste singolari teorie siano state formulate in un periodo in cui è facile notare quanto le fiabe siano state rivalutate. Basta scorrere una bibliografia specializzata e notare la quantità di studi recenti, o le riedizioni di fiabe tradizionali e letterarie, per non parlare dei film e delle serie televisive.
I kit “didattici” sono stati diffusi nelle scuole lo scorso 4 febbraio con il logo della Presidenza del Consiglio – Pari Opportunità ma senza l’approvazione del Dipartimento Pari Opportunità stesso, né del Ministero dell’Istruzione. Per questo motivo il Dipartimento ha poi inviato una nota di demerito al direttore dell’Unar.

Riproponiamo, quindi, un estratto dell’articolo che pubblicammo nel 2010 in occasione della simile iniziativa spagnola.
 
Poche settimane fa il britannico Guardian ha pubblicato un bell’articolo di Germaine Greer sulla fiaba popolare delle origini, quella narrata dalle vecchie comari (sì, come le “old wives” di Shakespeare) che aveva lo scopo non solo di intrattenere e incantare i bambini ma soprattutto di prepararli ai fatti e agli incontri della vita. Si badi bene, senza una morale esplicita, nelle fiabe e nei racconti più antichi non viene espressa, perché le comari erano ben consapevoli che con i bambini vale più l’esempio che mille prediche – non è proprio imitando gli altri che imparano a parlare e camminare?
La Greer riconosce agli italiani Straparola e Basile il merito di aver conservato nelle loro narrazioni la traccia più fedele delle versioni originali dei racconti popolari, che naturalmente erano orali.
Germaine Greer, australiana, oggi professore emerito di Letteratura inglese e Studi comparati all’università di Warwick (GB), conosce bene l’Italia avendo vissuto in Toscana e in Calabria. Non so se fosse nelle sue intenzioni, ma il suo articolo è idealmente una risposta al risibile provvedimento del ministro (donna) dell’Uguaglianza spagnolo, lo scorso aprile, che ha diffuso nelle scuole l’opuscolo Educando en Igualidad per combattere il presunto sessismo delle fiabe, parti in causa nella disuguaglianza tra bambini e bambine e nelle violenze sulle donne. Questa campagna di rieducazione ha preso di mira in particolare Cappuccetto Rosso, La bella addormentata, Cenerentola e Biancaneve. Secondo i censori spagnoli, le fiabe “Sono piene di stereotipi” e “quasi sempre pongono le figure femminili in una condizione di passività”. Evidentemente non si sono accorti del coraggio, della disubbidienza, della fantasia e dell’iniziativa che accomuna queste eroine; inoltre hanno confuso lo stereotipo con l’archetipo, con il simbolo.
Se si ignora una materia seria e articolata quale la fiaba, meglio ascoltare e basta perché, come suggerisce Germaine Greer, “La storia non deve essere spiegata, e il bambino non deve intuire lo scopo del racconto dell’adulto. Le donne insegnano ai bambini a parlare, che è come dire che insegnano loro a pensare. Una parte integrante dell’allevare i bambini è risvegliare la loro immaginazione”.
Intendiamoci, la riscrittura delle fiabe non è un fatto dell’ultima ora. Ma un conto è la rilettura, un altro conto è il travisamento. La fiaba, come il mito, è per sua natura soggetta alla rielaborazione, ma nei casi più riusciti il significato profondo della fiaba viene implicitamente sviscerato invece che sepolto.
Come Bruno Bettelheim ci ha insegnato, spesso l’interpretazione moderna della fiaba (ad esempio alla luce della psicanalisi) coincide sorprendentemente con il suo significato primario, quello che si voleva trasmettere ai bambini per educarli alla vita.
Non ci sembra che l’operazione di pulizia attivata in Spagna vada in questa direzione. E’ vero che lo scempio non è solo spagnolo. Un paio di mesi fa, ad un convegno sulla letteratura per ragazzi a Roma, sentivamo una docente universitaria sostenere una interpretazione moderna di Pollicino e Hansel e Gretel come figli di genitori separati. Eppure la narrazione tradizionale di per sé regge ancora oggi perché continuano ad esserci bambini abusati o imprigionati o allontanati da casa dagli stessi genitori per soldi, povertà e degradazione. E non c’è bisogno di spiegarlo agli ascoltatori.
Certe manipolazioni e certe interpretazioni della fiaba popolare, insomma, rischiano di sembrare forzature e soprattutto di essere riduttive rispetto alla ricchezza di elementi che erano emblematici nel racconto. Invece, “le vecchie comari – scrive Germaine Greer – non avevano bisogno di additare la morale della fiaba; se volevano che i loro ascoltatori arrivassero a determinate conclusioni, bastava che enfatizzassero questo o quell’elemento della storia”.

Cecilia Barella
 
L’articolo è apparso originariamente su La Compagnia del Libro – TV2000 nel 2010
 
 

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4 commenti

  1. […] vi siete persi tre articoli apparsi su Avvenire e Il Corriere della Sera, riportati entrambi in questo post a cura […]

  2. Monica ha detto:

    Ero alla ricerca degli articoli che citate sopra e sono capitata qui e leggendo questo vostro post mi domando… Chissà cosa direbbe Bettelheim se sapesse che si vuole bandire le fiabe popolari… Proprio domani pubblicherò un post per recensire un corso di lettura ad alta voce e un libro (il mondo incantato, di B. Bettelheim)… E come scriveva lui nel 1975: “Oggigiorno molti adulti tendono a prendere alla lettera le cose dette nelle fiabe, mentre invece esse dovrebbero essere intese come rappresentazioni simboliche di fondamentali esperienze di vita.”… Farò un link a questo post.

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