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Dickens e le fiabe

DickensAmbivalenza è una parola che si addice bene all’epoca vittoriana, in cui tendenze diverse e spesso contraddittorie convivevano nella società: la teoria evoluzionista di Darwin e lo spiritualismo, l’ideale del focolare domestico e il lavoro minorile, solo per fare un esempio.
Da questo punto di vista, l’autore più rappresentativo della sua epoca è Charles Dickens (1812-1870), che nei suoi romanzi porta alla ribalta la realtà dei bassifondi urbani, la povertà, gli orfani ma anche la dimensione spirituale dell’immaginazione. Nel romanzo breve Un canto di Natale (1843) l’avaro ed egoista Mr Scrooge trova la redenzione perché crede nella visione degli spiriti del Natale venuti a metterlo in guardia (la trama ricorda l’episodio evangelico del ricco e del mendicante (Luca 16, 19-30)
Dickens fu uno strenuo difensore della fiaba tradizionale. Il 1 ottobre 1853 pubblicava il saggio Fraud on the Fairies sul settimanale da lui diretto Household Words. Il breve saggio, che Dickens aveva scritto quando si trovava in Francia, a Boulogne, era una risposta al George Cruikshank, suo vecchio amico e illustratore, che aveva pubblicato una raccolta di celebri fiabe riscritte in chiave fortemente moraleggiante.
Il saggio di Dickens si spiega anche alla luce di un antecedente. Tra il 1847 e il 1848, Cruikshank aveva abbracciato una campagna contro l’alcolismo e aveva illustrato due serie di tavole intitolate rispettivamente The Bottle e The Drunkard’s Children, In un primo tempo Dickens si trovava d’accordo con Cruikshank ma di lì all’inizio degli anni ’50 la campagna dell’illustratore-scrittore aveva assunto un tono veemente e fanatico, investendo anche il mondo delle fiabe e dell’immaginazione.
Dickens scrisse che Cruikshank era un “incomparabile artista” ma avrebbe dovuto limitarsi a questo invece di mettersi a riscrivere le fiabe per piegarle ai suoi scopi propagandistici. Come artista, Dickens sostiene, Cruikshank ha colto lo spirito delle fiabe ed è riuscito a renderne tanto la saggezza quanto l’ironia. Ma Dickens era contrario all’attualizzazione, alla rivisitazione delle fiabe perché riteneva che perdessero il loro carattere di universalità. Il saggio contiene una frase di Dickens divenuta celebre e più volte citata: «In un’epoca quanto mai utilitaristica, rispettare le fiabe è particolarmente importante. […] Una nazione senza fantasia, senza un briciolo di spirito di avventura, non può avere né mai avrà un posto tra i grandi sotto il sole» (Fraud on the Fairies, 1853)

Oltre cinquant’anni dopo il saggio di Dickens, G. K. Chesterton entra nel dibattito sull’immaginazione e riprende le fila della difesa della fiaba tradizionale:

Alcune persone superficiali e pompose (quasi tutte le persone superficiali sono pompose) hanno dichiarato che le fiabe sono immorali […] Le fiabe sono alla radice non solo morali nel senso che sono innocenti, ma morali nel senso che sono didattiche, morali nel senso che trasmettono una morale […] Se si legge davvero una fiaba, ci si può rendere conto che un’idea la percorre dall’inizio alla fine: l’idea che la pace e la felicità possono esistere solo a una certa condizione. Questa idea, che è il nucleo dell’etica, è anche il nucleo delle storie per l’infanzia. Cenerentola può avere un abito di tessuto su telai soprannaturali, sfavillante di una luce ultraterrena, ma deve essere di nuovo a casa quando l’orologio batte le dodici. Il re può invitare le fate al battesimo, ma deve invitare tutte le fate o le conseguenze saranno terribili. (Fairy Tales, 1915)

Chesterton era un profondo conoscitore e ammiratore di Dickens, al quale ha dedicato buona parte del suo lavoro come saggista. Era socio della Dickens Fellowship (di cui fu anche eletto presidente nel 1921) presso la quale tenne una serie di conferenze su Dickens nel corso degli anni. Nel 1907 gli venne chiesto di scrivere l’introduzione per ciascuno delle 25 opere di Dickens ripubblicata nella collana Everyman. Nel 1911 le introduzioni vennero raccolte in un unico volume, Appreciations and Criticisms of the Works of Charles Dickens. Il tema delle fiabe ricorre nel libro, e in particolare a proposito del Circolo Pickwick, Chesterton scrive:

La qualità che rende il Circolo Pickwick una delle più grandi fiabe dell’umanità è una qualità che tutte le fiabe grandi possiedono, e che le contraddistingue dalla maggior parte della scrittura moderna. Un romanziere moderno generalmente si impegna a rendere la sua storia interessante, rappresentando un eroe fuori dall’ordinario. I più tipici romanzi moderni sono quelli in cui la figura centrale è egli stesso o ella stessa un’eccezione, uno storpio, una cortigiana, un pazzo, un truffatore, o una persona dal più perverso temperamento. Queste storie, per esempio, sono Sir Richard Calmady, Dodo, Quisante, La Bête Humaine, e anche Egoist. Ma in una fiaba un ragazzino vede tutte le meraviglie del paese delle fate perché è un ragazzo normale. Allo stesso modo Mr Samuel Pickwick vede una straordinaria Inghilterra perché è un normale vecchio gentiluomo. Non vede le cose attraverso gli occhiali rosa del moderno ottimista o gli occhiali verde scuro del pessimista; egli vede attraverso le lenti cristalline della propria innocenza. Bisogna vedere il mondo con chiarezza, anche per vederne la sua poesia più impetuosa. Bisogna vederlo in modo sano, anche per vedere che è folle. (Appreciations and Criticism of the Works of Charles Dickens, 1911).

Da Dickens in poi, le fiabe letterarie e il romanzo per ragazzi assumono spesso una sottile connotazione di critica sociale (per esempio Peter Pan). Inoltre, nella seconda metà dell’Ottocento e nell’epoca edoardiana (nei primi anni del Novecento) fiorisce l’epoca d’oro della letteratura per ragazzi: I bambini acquatici (1863) di Charles Kingsley, Il libro della giungla (1894) di Rudyard Kipling, Peter Pan nei giardini di Kensington (1906) di James Barrie, Il vento nei salici (1908) di Kenneth Grahame, Il giardino segreto (1910) di Frances Hodgson Burnett.

Cecilia Barella
 
 
il brano è tratto da:
Cecilia Barella, Una fiaba per l’Inghilterra, in AAVV, C’era una volta… Lo Hobbit, Marietti 1820, Genova 2012
 
 

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