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Racconti di Natale – Emma Perodi

Piattoli_befana_PerodiNel giorno dell’Epifania, concludiamo la serie dei racconti natalizi pubbliccando una fiaba di Emma Perodi (1850-1918) contenuta nella sua raccolta Le novelle della nonna (1892). La fiaba La calza della Befana, come il resto della raccolta, è ambientata nel Casentino, in Toscana. La scrittrice fu influenzata da Boccaccio e da Dante, ma anche dal lavoro del folklorista Giuseppe Pitré, che nel 1876 aveva pubblicato Le Novelle popolari toscane, e di altri autori dell’epoca, quali Vittorio Imbriani (La Novellaja fiorentina, 1871) e Gherardo Nerucci (Sessanta novelle popolari montalesi, 1880).
Emma Perodi, che diresse la rivista “Il giornale per i bambini” (quella che pubblicò Pinocchio), conosceva anche la letteratura tedesca e fu la prima traduttrice italiana delle Affinità elettive di Goethe, nel 1903.

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La sera della vigilia di Befana, i bambini del vicinato giunsero più tardi a veglia al podere dei Marcucci; alcuni allegri, altri con una faccia lunga come se qualcuno li avesse ben ben rimproverati.
– Dunque, l’avete fatto l’esame di coscienza? – domandò Cecco ai bambini. – Siete sicuri di quello che vi metterà la Befana nella calza?
I più allegri risposero di sì; gli altri stettero mogi mogi e chinarono gli occhi a terra.
– Ho capito, – disse Cecco, – chi ha l’animo pieno di speranza, ride; chi ha la coscienza nera, tace. Io spero che anche a questi ultimi la novella della nostra cara vecchina farà passare le paturne. E i nostri ragazzi dove sono?
– Se vai su, – rispose la Carola – li trovi tutti affaccendati a spiegar le calze per cercar le più lunghe.
Essi aspettano che sia terminata la veglia per attaccarle al camino, ma vogliono che le calze sien grandi per contenere più roba.
Infatti dopo poco si udì uno scalpiccìo per le scale, e i ragazzi Marcucci entrarono tutti in cucina con la loro calza in mano. Chi aveva preso quelle della mamma, chi quelle della nonna. Certi piccinucci le avevano scelte tanto lunghe, che le pestavano.
– La Befana bisogna che venga carica se vuol contentarvi tutti, – disse la Carola facendo l’occhietto alla Regina e alle cognate. – Non siete punto discreti; ognuno doveva prendere una calza propria. Io credo che quella buona vecchia non potrà empirvele tutte.
I bambini si strinsero nelle spalle e, seduti accanto ai loro amici dei poderi vicini, si misero le calze sulle ginocchia e le rivoltavano da tutte le parti. Allorché la nonna se li vide tutti dintorno incominciò:
– Dovete sapere che al tempo dei tempi abitava sopra una vetta chiamata Monte Fattucchio, una vecchia lunga lunga, con certe braccia che parevano pertiche e una testa di capelli bianchi tutti arruffati. Nessuno aveva mai conosciuto da giovane codesta donna, eppure in paese vi erano de’ vecchi di novanta e anche di cent’anni, che si rammentavano di tutto quel che era accaduto da un mezzo secolo in poi; ma la Befana l’avevan sempre vista vecchia, sempre vestita allo stesso modo, sempre a lavorare una calza rossa, che non finiva mai. Come campasse nessun lo sapeva, e neppure di che famiglia ella fosse. Non aveva parenti, e in casa non teneva altro che un gattone nero e una gallina spennacchiata. Tutti i giorni dell’anno, col solleone o con la neve, partiva di casa all’alba e andava nel bosco a far legna; la sera tornava col fastello della legna in testa e con la calza in mano.
Se le donne di Monte Fattucchio le domandavano:
– Dite, Befana, che ne fate di codeste legna che vi caricate sulle spalle tutti i giorni, indistintamente?
Lei rispondeva:
– Ne faccio tizzi e cenere.
Non vi so dire quanti si fossero scervellati per spiegare quella risposta, ma nessuno aveva mai colpito nel giusto, e la vecchia continuava a raccattar legna. Il bello è che, se avesse serbato tutte le fascine che prendeva di qua e di là, la sua catapecchia dovrebbe esserne stata piena; invece, chi per curiosità spiava dal buco della chiave o dai vetri della cucina, vedeva la stanza nuda nuda, e, di giorno, il fuoco sempre spento. La sera, invece, e tutta la notte usciva dalla finestra un gran chiarore, e il camino fumava come un forno; ma nessuno ci faceva caso, perché d’aria non si campa e la pattona e la zuppa doveva farsela anche la Befana se voleva star ritta. Peraltro quel chiarore non poteva far supporre che ella bruciasse tutte le legna che portava a casa, e c’era in paese chi le faceva i conti addosso e assicurava che lì sotto ci doveva essere qualche mistero. Già, quella vecchia nessuno la vedeva di buon occhio, perché in chiesa non ci metteva mai piede e a confessarsi non vi era mai stata.
Ogni anno la Befana spariva verso Natale, e non si vedeva ricomparire altro che dopo la festa dell’Epifania. Se qualche donna curiosa le domandava dov’era stata in quei giorni, ella rispondeva:
– Sono andata a far le feste con la mia sorella.
Ma come si chiamasse questa sorella e dove abitasse, non l’aveva mai detto a nessuno.
Un anno capitò a Monte Fattucchio un uomo del paese, che mancava di lì da molto tempo. Da ragazzo era andato a lavorare a Firenze, e siccome era abilissimo falegname, avea ammucchiati quattrini facendo soffitti per le stanze dei ricchi. Costui si chiamava maestro Bertino, ed era il più brutto uomo che vi fosse al mondo; ma siccome tutti lo sapevano danaroso, eran più quelli a Monte Fattucchio che gli usavan gentilezze sperando di essere beneficati, che quelli che fingevan di non riconoscerlo, e moltissimi vantavano con lui parentela, sicché egli si ritrovava ad avere più cugini e cugine che capelli in capo.
Una sera, mentre egli era in casa di un tal Bernardo, la moglie di questi, che tornava da aver visitata una sua sorella in un podere vicino, disse:
– Volete saper la novella? La Befana se ne va.
– Che è sempre viva? – domandò maestro Bertino.
– Io credo, – rispose la donna, che aveva nome Lena – che quella Strega abbia fatto un patto col Diavolo. Oggi l’ho incontrata con la solita calza rossa in mano e il fastello di legna sul groppone, e le ho domandato se quest’anno faceva le feste a Monte Fattucchio. Essa mi ha detto che se ne va dalla sorella, e io, che volevo saper dove stesse questa sorella, non sono riuscita a cavarglielo dalla bocca. Mi ha detto che doveva camminar tanto, quasi fino ad Arezzo, ma io scommetterei che la vecchia piglia un’altra direzione.
– Se sapeste, Lena, – disse Bertino – quanta curiosità ho sempre avuto di scoprire vita, morte e miracoli di quella vecchia! Quand’ero piccino non passava giorno che non andassi a ronzare intorno a casa sua, e una sera che trovai la porta socchiusa, entrai e mi nascosi sotto il letto. Ma non dubitate che dovetti scappare presto! Un maledetto gatto nero mi s’avventò agli occhi e, come vedete, porto ancora il segno di quelle carezze.
Continuarono così per un bel pezzo a parlar della vecchia, e dopo che Bertino ebbe cenato dal compar Bernardo, se ne andò; ma invece di avvicinarsi alla casetta della sua famiglia, abitata dai fratelli, uscì dal paese e si diresse verso la casetta della Befana.
Dal finestrino si vedeva un gran chiarore, perché nel focolare ardevano le fascine ammonticchiate e i ciocchi di querciolo.
Bertino, senz’esser veduto, mise gli occhi al finestrino, e vide la vecchia che spargeva a manciate il becchime in cucina, e udì che mentre faceva questo, diceva:
– Gallina mia, ti preparo il mangiare per otto giorni. Se io penso a te, tu pensa a me, e fammi trovare tante uova belle quando torno.
Poi la vecchia si diede a preparare uno zibaldone, e frattanto diceva al gatto, accovacciato sul focolare:
– Neppure tu patirai in questi giorni, perché ti preparo da mangiare per un mese; ma pensa in questo tempo di non impoltronirti e di farmi trovare molti polli dei pollai del vicinato. Quando torno faremo un festino.
Bertino non perdeva né una parola né un gesto della vecchia, e aspettava, perché era sicuro che dopo tutti quei preparativi ella si sarebbe messa in cammino. Difatti, quando ebbe vuotato lo zibaldone in un catino, prese da una cassa tante ma tante calze rosse; quindi scese in cantina e tornò su con un corbello pieno di cenere e carbone, con cui riempì le calze. Ma eran tante e tante, che la vecchia dovette far più viaggi prima di empirle tutte. Quando ebbe terminato questo lavoro, legò ogni calza in cima con uno spago, acciocché non ne uscisse nulla, e, preso uno sciallone, si mise ad aspettare. Di lì a poco si udì il rumore di un baroccio, e Bertino si nascose dietro il pozzo per non essere veduto. Il baroccio si fermò davanti all’uscio della vecchia. Lo tirava una mula, e la donna che lo guidava era più brutta della Befana. Questa aprì l’uscio, e, scambiate poche parole con la vecchia che era giunta, incominciò a portare tutte le calze che aveva riempite di cenere e di carboni.
Ne portava delle grembiulate piene, e appena le aveva caricate, tornava a prenderne delle altre.
– Ora capisco quel che fa delle legna che raccatta! – diceva Bertino tra sé – ma che voglia farsi di tutte quelle calze, non lo capisco davvero! Basta vedremo.
Così pensava Bertino, che ormai aveva stabilito di seguir le due vecchie. Il baroccio era carico, le strade cattive, la mula zoppa e certo non sarebbe andata di trotto. Lui poteva sempre camminare quanto quella bestia, che pareva avesse cent’anni per gamba.
La Befana, terminato che ebbe di caricar le calze sul carro, accarezzò la gallina, lisciò il gatto, poi spense il lume e, dato due giri di chiave alla serratura di casa, salì sul carro, adagiandosi su un mucchio di fieno.
L’altra vecchia frustò la mula, il baroccio si allontanò sulla strada buia e Bertino gli tenne dietro.
Così camminarono per più ore, sempre sulla strada mulattiera, con un vento gelato che tagliava la faccia, su per i monti e giù per le scese, finché furono poco distanti dalla Badia a Prataglia.
– Guarda un po’ dove mi menan queste due Streghe! – diceva Bertino; ma nonostante che la via gli paresse lunga e disagiosa, non pensò punto a tornarsene a Monte Fattucchio, perché la curiosità di vedere quel che facevano le vecchie era più forte del disagio.
Invece di entrare in paese, la vecchia che guidava diresse la mula su per una viottola. Pareva che l’animale conoscesse la via, perché si fermò accanto a un abete più alto degli altri e col piede sinistro batté tre volte il terreno.
– Eccomi! – disse una voce che pareva venisse di sotterra.
Infatti eran passati pochi minuti che si vedeva girare, come avrebbe fatto un uscio sui cardini, una parte del tronco dell’abete, e comparire una vecchia che pareva la nonna di quella che guidava, e la bisnonna della Befana.
Camminava tutta curva appoggiandosi sopra un bastoncino, aveva una bazza che le toccava quasi la pancia, e una gobba più grossa di un cocomero di Rassina, e voi sapete se son grossi! Bertino la vedeva bene, perché la vecchia aveva in mano una lanterna.
Appena ella ebbe scòrto le visitatrici, fece loro un mondo di salamelecchi.
– Poverette! – diceva, – viaggiar con questo freddo! Ma non dubitate che vi ho preparato un fuoco e una cena che vi ristoreranno. Scendete, scendete, sorelle mie!
– Carine! – diceva Bertino fra sé. – Scommetto che le Furie dell’Inferno sono meno brutte! Guarda come si baciano, con quelle boccacce sdentate!
Ma intanto che lui stava a rispettosa distanza a canzonarle, le tre vecchie spinsero la mula col baroccio sotto una capanna di frasche, la chiusero e scomparvero tutte e tre nel tronco dell’abete.
– E ora felicissima notte! – disse Bertino. – Quelle tre Streghe ciarleranno, mangeranno, si riscalderanno, e io eccomi qui a gelare!
E gelava davvero, perché dal Monte Acuto soffiava un vento tremendo.
– Non sarà mai detto che io passi la notte al sereno e domani mi trovino morto in questo bosco! – esclamò Bertino. – Quelle tre Streghe, po’ poi, non mi mangeranno; i denti è un bel pezzo che li hanno sputati nella pappa!
E, senza riflettere, bussò con un piede sul terreno in prossimità dell’abete, come aveva veduto fare alla mula.
– Eccomi! – disse la solita voce; e poco dopo una parte del tronco dell’abete girò sui cardini come se fosse stato un uscio, e si affacciò la vecchia che pareva la bisnonna della Befana.
– Che vuoi? – disse alzando la lanterna per meglio vederlo in faccia.
– Io non ho chiamato; sono un viaggiatore che vado in Romagna, e, sentendomi gelare dal freddo, battevo i piedi per isgranchirmeli. Giacché vi vedo, però, vi chiedo per carità che mi facciate scaldare a una buona fiammata.
La vecchia stette un momento soprappensiero, e poi disse:
– Ti concederò l’ospitalità, se mi farai una promessa.
– Purché non si tratti dell’anima mia, ve ne faccio cento.
– È una cosa semplice, – replicò la vecchia. – Tu entrerai in casa mia, purché tu mi prometta d’infilarti la calza rossa della mia sorella.
– Se si tratta di una calza, mi pare che non ci sia nulla di male.
– Allora vieni, – disse la vecchia.
E lo spinse avanti a sé, giù per una scala a chiocciola.
Le pareti di quella scala erano tutte tappezzate di pipistrelli morti, con le ali spiegate, ma eran così grandi che Bertino da principio li aveva presi per aquile.
Dopo la scala veniva un corridoio con le pareti tappezzate di corvi morti, e poi una sala piena di gatti vivi, neri come la pece, che miagolarono vedendo la vecchia.
– Vedo, nonna, che ci avete numerosa compagnia.
– Sono i miei amori, – rispose la vecchia.
E andò oltre in uno stanzone dove vi erano per lo meno venti vecchie, tutte sedute davanti al fuoco, con la calza in mano come la Befana, con la differenza però che, quella cui ella lavorava, era rossa, e le altre erano bianche.
– Ecco un viaggiatore che ha bisogno di riscaldarsi, – disse la vecchia che accompagnava Bertino e che era la padrona di casa. – Naturalmente gli ho fatto promettere che si sarebbe messo la calza rossa della Befana!
– Benvenuto! Benvenuto! – gridarono tutte le vecchie ridendo e mostrando le gengive sdentate.
E tutte gli si misero d’intorno facendo a gara a servirlo. Chi gli levava il mantello, chi gli toglieva il cappello, chi lo spingeva nel canto del fuoco, mentre la vecchiona che gli aveva aperto, apparecchiava per lui ogni sorta di vivande.
Intanto la Befana, che pareva la Regina di tutto quel sinedrio di vecchie, si spicciava a intrecciare la punta della calza.
Bertino, appena si fu riscaldato, andò a sedersi a tavola, e tutte le vecchie si affrettarono a portargli il pane, a tagliargli gli uccelli arrosto, che la padrona di casa aveva sfilati dallo spiedo, a mescergli il vino, a servirlo, insomma, come se fosse il loro padrone.
– Buona questa minestra! – disse Bertino leccandosi i baffi.
– È fatta col brodo di quelle belle bestioline che si chiamano rospi, – rispose la padrona di casa.
Bertino si sentì rabbrividire e respinse la scodella. Una vecchia gliela tolse davanti e gli presentò un piatto su cui c’era un bel fritto. Bertino, che aveva una fame da lupi, ne mangiò e disse che non aveva mai gustato un fritto più appetitoso.
– Lo credo, – rispose la vecchiona. – È fatto di coscine di gatti di latte e di cervello di lupo. Le prime son tenere come il burro, il secondo ha un raro sapore.
«Che razza d’ingredienti!» pensò Bertino, e respinse il piatto.
Allora una delle vecchie fu pronta a mettergli davanti certi uccelli grassi e belli come piccioni.
«Qui non ci saranno intrugli! – pensò Bertino. – Questi uccelli sono starne, grasse pinate e cotte a puntino!»
E con la fame che aveva, mangiò con grande appetito un intiero uccello.
– Eccellenti queste starne! – disse.
E già stava per mettersene un’altra nel piatto, quando la vecchia gli disse:
– Ma che starne! Sono corvi di questi dintorni. Devi sapere che d’inverno, per questa strada che mena in Romagna, periscono molti viandanti, perciò i corvi non si pascono d’altro che di carne umana, e sono perciò gustosissimi.
Bertino si sentì rivoltar lo stomaco e, alzatosi di scatto, già imboccava l’uscio per scappare, quando tutte le vecchie gli furono addosso per trattenerlo. La più accanita, la più furente era la Befana.
– Birbante, ora che ti sei scaldato e hai la pancia piena, non vuoi mantenere la promessa; ma dalle mie mani non sfuggirai.
E intanto, con quelle dita che parevano artigli di belva, gli stringeva il collo tanto da soffocarlo.
– Pietà! misericordia! – balbettava Bertino facendosi bianco in viso come un cencio lavato.
La Befana schiuse le dita, ma a scappare non c’era più da pensarci, perché le altre vecchie avevano sbarrato la porta.
– Sono nelle vostre mani, – disse Bertino.
E guardava ora una ora l’altra delle vecchie per vedere se sopra uno di quei visi grinzosi leggeva un po’ di compassione. Ma purtroppo si somigliavan tutte e gongolavano nel vederlo soffrire.
Mentre Bertino volgeva supplichevolmente gli occhi intorno, due di quelle Streghe lo legarono alla seggiola con una fune lunga lunga, che pendeva da un gancio del soffitto, e salirono sulla tavola per fare un nodo così alto che egli non giungesse a scioglierlo. Poi, due di esse lo presero per la gamba destra, mentre la Befana gli infilava nella sinistra la calza rossa pronunziando certe parole che Bertino non capì.
Pare che il vedere quella calza rossa infilata nella gamba di Bertino, procurasse alle vecchie una grande contentezza; il fatto si è che tutte si raddrizzarono, dettero calci alla tavola e alle sedie per levarle di mezzo, e, facendo una catena delle braccia, si misero a ballare intorno al disgraziato, cantando e ridendo.
Alla fine smisero, e la Befana, accostatasi a Bertino, tagliò la corda che lo legava alla sedia e gli disse: – Ora, Bertino, vattene pure.
Le altre scoppiarono in una risata beffarda, e Bertino non si mosse, ma incominciò a capire che quelle Streghe dovevano avergli fatto qualche incantesimo, perché con tutto il desiderio che aveva di scappare, non riusciva a muovere un passo.
– Vedi, carino, come ti ho ridotto obbediente! – gli disse la Befana dandogli uno scappellotto. – Dacché ti sei infilato quella calza rossa, che non ti potrai togliere altro che con la volontà mia, tu hai preso la mia livrea e bisogna tu mi ubbidisca come un cane ubbidisce al padrone. Anzi, i cani debbono udire la voce o veder il gesto per seguire il comando; tu, invece, non hai bisogno che io parli: quando penso a una cosa, sei costretto ad eseguirla. Guarda!
Si vede che la Befana gli ordinava in quel momento col pensiero che egli mangiasse il rimanente dell’arrosto di corvi ingrassati a carne umana, perché Bertino andò a cercare nella madia e mangiò tutto l’arrosto che vi era riposto, facendo certe bocche che suscitarono le risa di quelle brutte Streghe.
– Lo vedi se devi ubbidirmi per forza? Ora è inutile ogni ribellione: tu sei mio per sempre! – sentenziò la Befana.
– Suo per sempre! – dissero le vecchie, non più ridendo, ma con una voce da metter paura.
In quella stanza sotterranea non penetrava mai il giorno, e Bertino, così spaventato com’era, pensava di essere già nelle tenebre dell’inferno e che quella di ubbidire in tutto e per tutto la Befana fosse la sua eterna punizione. Come si pentiva di aver ceduto alla curiosità seguendo la vecchia, e come rimpiangeva le fatiche durate per raggranellare un capitale sufficiente a campar di rendita in vecchiaia! Ora gli toccava a servire una vecchiaccia che metteva paura a vederla!
Le Streghe non dormivano mai. O mangiavano, o ballavano o costringevano Bertino a raccontar loro storielle da farle ridere. Figuriamoci con che cuore egli lo facesse!
Così passò un certo tempo. Un giorno la Befana disse a tavola, mentre Bertino la serviva di tutto punto:
– Domani è il sei gennaio, il giorno della mia festa, e stanotte tu devi lavorare assai. Io sono vecchia e mi annoia di andare in giro. Salirai a cavallo al bastone della granata e porterai i regali a tutti i bambini più impertinenti del Casentino.
Bertino si sentì gelare e impallidì. Per ischivare il freddo aveva venduto la sua libertà, e ora doveva viaggiare per aria, di notte, a cavallo a un bastone!
La Befana lo guardò ridendo.
– Questa è la mia volontà; – gli disse – pensaci, e ora mettiti bene in mente le istruzioni che ti darò.
E qui gli fece una filastrocca di nomi di paesi e di case di contadini. Pover a lui se sbagliava!
Doveva ovunque calarsi dalla cappa del camino, prendere la calza che i bimbi avevano appesa, e attaccarvi quella rossa già piena di cenere e di carbone. E sarebbe stato costretto a sbrigarsi, perché all’alba doveva esser di ritorno.
La Befana aveva dato questi ordini a Bertino non in presenza delle altre vecchie, ma in una camera grande e tutta tappezzata di scaffali come lo studio di un notaro. Bertino guardava quella filza di carte e la Befana gli disse:
– Capisco che sei curioso di sapere quel che contengono; ebbene, ti appago subito. Qui ci sono registrate tutte le impertinenze dei ragazzi durante tutto l’anno. Le mie compagne recano questi rapporti qui una volta ogni dodici mesi. Io giungo, li spoglio, faccio la mia lista, e porto cenere e carbone. Più la lista dei bambini cattivi è lunga, e più son contenta, perché quelli di Monte Fattucchio mi tormentano tutti i giorni dell’anno.
La vecchia rideva dicendo questo, e Bertino pensava che se la vecchia lo avesse riconosciuto, si sarebbe rammentata che egli, da piccolo, era stato uno dei suoi più accaniti tormentatori.
Quando Bertino tornò in cucina, trovò imbandito un vero festino. In cima alla lunga tavola era stato preparato una specie di trono, e sulla mensa fumavano vassoi pieni di pasticci, arrosti, dolci e ogni sorta di cibi squisiti.
All’apparire della Befana, da tutte quelle bocche sdentate uscì un: Evviva! fragoroso, e poi avidamente si diedero a far ripulisti di tutto. Bertino vedeva sparire le pietanze in un battibaleno mentre i piatti delle vecchie si empivano di ossi che esse sputavano o di bocconi troppo duri.
L’infelice doveva servirle tutte a bacchetta, e se non stava attento non si sentiva dire altro che:
– Bertino sbrigati! Bertino non sei buono a nulla! Bertino, che maniera è questa di farmi così aspettare?
Se Bertino avesse potuto prendere un frustone e con quello accarezzarle tutte!
Ben presto in tavola non ci rimase più nulla, e allora la Befana, voltandosi al suo servo con aria canzonatoria, gli disse:
– Ora, Bertino mio, va’ tu a mangiare; devi rinforzarti lo stomaco per sopportare la fatica di stanotte!
– Non c’è più nulla! – osò rispondere Bertino.
– Non c’è più nulla? – ripeterono in coro le vecchie. – Ti abbiamo serbato tutti gli ossi nei piatti, e sono ossi squisiti di corvi ingrassati a carne umana!
Nonostante che quel cibo gli facesse schifo, non solo perché si trattava di ossi di corvo, ma perché erano stati biascicati da quelle bocche bavose, pure egli dovette sgranocchiare quegli ossi come un cane affamato, perché la sua padrona voleva così.
Mentre mangiava, sentì battere tre colpi sulla vòlta della cucina, e la vecchiaccia che aveva aperto a lui, prese il bastone e la lanterna ed andò ad aprire. Dopo poco essa ricomparve a cavallo a un bastone di granata e fece su quello tre giri per la stanza. Le altre vecchie pure vollero inforcare quel cavallo di legno e facevano le matte risate quando il bastone, passando veloce come il vento, batteva nelle gambe a Bertino.
– Ora basta! – urlò a un certo punto la Befana. – Bertino, è tempo di partire; ma prima dammi un bacio.
E con la bocca bavosa gli sbaciucchiò tutto il viso.
– Qua un bacio! Qua un bacio! – dicevano le altre vecchie.
Ed egli dovette abbracciarle tutte, compresa la vecchiona che gli aveva strappato la promessa, e che era la più ributtante e bavosa.
Questa lo accompagnò all’aperto e gli dette la chiave della capanna di frasche, dove aveva rimesso il baroccio carico di calze. Bertino aprì, il bastone della granata andò a metterglisi fra le gambe, e subito la mula e il baroccio si alzarono per aria come aveva fatto il bastone, e la strana comitiva volò nella notte buia.
Il cavallo di legno era ubbidientissimo, perché bastava che Bertino gli dicesse: «Va’ nel tal posto!» perché subito ve lo conducesse.
Allora la mula trascinava il baroccio in terra, vicino alla casa indicata; Bertino prendeva una calza rossa, o più, secondo il numero dei bambini che erano cattivi in quella famiglia, e scendeva per la cappa del camino in cucina, staccava la calza vuota, vi metteva invece quella piena, risaliva, e via.
Aveva fatto più di cinquanta discese e non ne poteva più, quando capitò in una casa dove in cucina vegliavano ancora attorno al focolare. Appena Bertino si accòrse che c’era gente, volle arrampicarsi e fuggire, ma un contadino, credendolo un ladro, era stato pronto a chiapparlo per la gamba sinistra e tirava a più non posso. Bertino, che s’era attaccato con le mani a una pietra sporgente, faceva sforzi per risalire, e il contadino per farlo riscendere. Stavano così a tira tira, quando il contadino ebbe l’idea di attaccarsi all’orlo della calza e gliela sfilzò. La calza rossa cadde sul fuoco e fece una fiammata come se fosse stata di paglia.
Appena la calza fu bruciata, Bertino tirò un gran respiro e gli parve di tornar libero. Nulla ora lo costringeva più a seguitare il viaggio per aria, e, lasciatosi cadere mezzo abbrostolito sulla pietra del focolare, raccontò in poche parole ai contadini chi era e chi non era, e quel che pretendeva da lui la Befana.
Intanto, sul tetto, il baston della granata s’impazientiva e batteva sui tegoli a più non posso; la mula raspava il terreno e i cani di casa abbaiavano.
– Non vengo, andate via senza di me, – diceva Bertino.
E il bastone a batter più forte e la mula a raspare.
– Sapete un po’ quel che s’ha da fare? – disse il contadino che aveva tirato Bertino per la zampa. – S’ha da bruciare il bastone della granata, o per meglio dire il cavallo della Strega.
Detto fatto. Ecco, appoggia una scala al tetto, piglia il bastone e lo tira giù per la cappa sul fuoco. In due minuti, del bastone della scopa non c’era rimasto altro che un mucchietto di cenere.
Allora riscese e, afferrata la mula per il morso, la trascinò fino a un precipizio e ve la buttò dentro insieme col barroccio con le calze e tutto.
La mattina dopo, Bertino, alla testa di una comitiva di contadini armati di bastoni, si diresse verso la Badia a Prataglia e, riconosciuto l’abete che nascondeva la scala delle Streghe, invece di bussare, abbatté la porta e seguito dai contadini scese nella cucina. Le Streghe erano a desinare e ridevano pensando che fosse accaduto qualche guaio a Bertino che ritardava. I contadini le presero, le legarono a due a due, e poi le spinsero fuori del loro antro a bastonate, e, condottele alla Badia, le consegnarono ai soldati. Il processo fu breve e tutte furon condannate, come streghe, ad essere arse vive. Il giorno dopo fu alzato un altissimo rogo in piazza, e su quello furono arrostite.
Bertino allora ritornò a Monte Fattucchio, dove già lo piangevan per morto, e raccontò tutto alla Lena e a compar Bernardo, i quali empirono il paese delle avventure occorse al loro amico.
In tutto il contado non ci fu chi volesse andare alla casa della vecchia, anzi, nessuno vi passò più davanti per molti anni, e un giorno quella catapecchia crollò.
Ma dopo la morte delle Streghe, nessun bambino ha più trovato appesa la calza rossa piena di cenere, carbone e fuliggine.
E qui la novella è terminata.
Era tardi, e i ragazzi avevano fretta di andare a letto per destarsi di buon’ora a vedere quel che la Befana aveva messo loro nella calza; ma coloro che al principio della serata eran mogi mogi, avevan riacquistato la parlantina perché non temevano di esser puniti col brutto donativo.
Quando i ragazzi del vicinato ebbero ringraziato la Regina per la novella, se ne andarono, e i bimbi Marcucci si aggrupparono ciascuno attorno alla propria mamma, raccomandandole di metter loro molti dolci nella calza.
– Come ci credono alla Befana! – esclamò Cecco. – La Befana buona, voi lo sapete, è la mamma; quella della fuliggine, della cenere e del carbone, è morta arrostita; dunque dormite tranquilli!
I bimbi salirono di corsa la scala che metteva nelle camere, e non sognarono la Befana che serve di spauracchio ai monelli, ma sognarono bensì la Befana buona, la mamma o la nonna che si studia di far piacere ai bambini, e dona ai buoni, per ricompensarli, e chiude un occhio con quelli impertinenti, con la speranza che si emendino.

Emma Perodi

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