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Racconti di Natale – Salvatore Di Giacomo

Salvatore Di Giacomo (1860-1934) ha raccontato Napoli tra Ottocento e Novecento. E’ stato bibliotecario e, dal 1929, Accademico d’Italia. Ha pubblicato molte novelle sulla stampa dell’epoca. Le sue opere sono ancora conosciute da un vasto pubblico, attraverso la canzone napoletana (per esempio Era de maggio), e il teatro (Assunta Spina).
La novella “Notte della Befana” è tratta dalla raccolta Mattinate napoletane del 1887. L’infanzia, la povertà, la condizione familiare che racconta sono purtoppo ancora attuali, e particolarmente stridenti nel periodo natalizio, e siamo tuttora chiamati a combatterli.

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Notte della Befana
Il letto di Chiarinella l’avevano collocato in un angolo ove arrivava tutto il sole. Nel verno, quando il sole era dolce, la poverina s’addormentava in un’onda luminosa, che le scaldava le manine esangui sulla coverta. Tutta la giornata rimaneva sola; la chiudevano in casa e portavano via la chiave, abbandonandola a tutti quei pensieri, a tutte quelle paure che hanno i bambini quando non si vedono accosto nessuno. Lei dapprima avea pianto, con la testa sotto alle lenzuola, tutta raggranchita, non osando gridare a non spaventarsi peggio. Provava timori strani, le pareva che non dovesse stendere le gambe perché qualcuno, un mago, un essere spaventoso, le avrebbe afferrato i piedini tirandola; non metteva fuori la testa, chissà si sarebbe trovato di faccia un volto mostruoso con gli occhi spalancati che la guardavano di sopra alla spalliera del lettuccio. A momenti credeva di sentir battere alla porta quello scemo orribile, a cui venivan le convulsioni nella strada e che una volta le era corso appresso, urlando. Poi, quando la malattia la ridusse che non poteva più muoversi, rimase lì nel suo cantuccio, istupidita e indifferente, come se niente più la colpisse.
Lassù, in quella stanzuccia al quarto piano, ci dormivano la Malia, ch’era ballerina a una baracca, donna Bettina e il marito. La Malia andava al concerto per tempo e toccava alla madre accompagnarla; la ragazza tornava di notte tutta freddolosa nello scialletto rosso, con le mani nel manicotto spelacchiato, che lei stessa s’aveva fatto dalla pelle di un gatto bianco e nero. Donna Bettina le portava nell’involtuccio la vestina di veli, il corpetto rosso a frangia dorata e le scarpine piccole piccole come quelle di Cenerentola. Malia, quando qualcuno dei giovanotti che frequentavano la baracca le avea regalato dei pasticcetti nell’intermezzo, entrando in casa si buttava sul letto tutta stracca, senza nemmanco spogliarsi. Quando no, andava rovistando per la casa se trovasse qualche cosa da rosicchiare e strepitava, dicendo che se no sarebbe andata via un bel giorno col primo venuto, che era una vita infame e così non poteva durare. Donna Bettina diceva: Vattene, vattene, che è meglio; una bocca di meno! Nella notte, mentre la lampada ardeva innanzi a una Madonna sul canterano, lei chiamava sotto voce:
– Chiarinella!
La bambina non avea chiuso occhio. Rispondeva sommessamente.
– Ah?
– Dimani mamma ti compra un soldo di latte, hai sentito? Ti farò compagnia, non ci vado al teatro…
– Sì? sì! – pregava lei – non ci andare, fammi compagnia!… Senti, mamma…
Quella balbettava, lasciandosi vincere dal sonno:
– Zitta ora, dormi… domani… domani… La camera taceva. Chiarinella era sempre l’ultima ad addormentarsi; sentiva per un pezzo ancora il respiro forte ed eguale della sorella, che alla baracca avea ripetuta una piroetta e s’era affaticata. A volte la coglieva la sete; scendeva, a tentoni, cercando il bicchiere sulla scanzia a cui le sue piccole braccia magre appena arrivavano. Certe mattine la veniva a vedere la Nunziata, una vicina che le avea dato latte quando Bettina non ne aveva.
– Povera piccina! – faceva – povera Chiarinella mia!
Le portava un’arancia fresca, sedeva accosto al letto e si metteva a toglierne la buccia e la pellicola, dividendola a spicchi che la bambina succhiava avidamente, in silenzio.
– Par nata muta – diceva Bettina, quando ne parlavano.
– No, no, è la malattia. Stateci attenta, sapete, non si scherza, s’è fatta magra come uno spillo. Che v’ha detto il medico?
– Quale medico? Come avrei potuto chiamarlo? Ah! Nunziata mia, voi non sapete i guai miei!
E si metteva a raccontarglieli sotto alla porta, mentre la Nunziata a ogni momento correva dentro a in vigilare il ragù, di cui l’odore piccante entrava nella camera di Bettina. Guai grossi. Il marito se n’era andato a Palermo, sopra un legno di Florio e chissà quando tornava. Denari niente. A Natale soltanto avea mandato trenta lire, sparite via come il fumo. Malia se ne avea prese otto per una cinturella dorata che le serviva nell’Orfeo all’inferno, al terzo quadro. La casa si sfasciava, abbandonata alla miseria, senza sistema, senz’amore. Non c’era più niente, Malia avea saccheggiato tutto, il Monte di Pietà era pieno dei panni loro.
– Oh! Gesù! – diceva Nunziata, rabbrividendo – Come potete stare così? Mettetevi a fare la serva, i posti ci sono.
– E Malia? La lascio sola? E Chiarinella?
– Per la bambina, se la Provvidenza ve la fa guarire, me la tengo dentro da me colle figlie mie – disse Nunziata – intanto Malia potete lasciarla fare. Lei non è stupida, baderà.
– Oh! no, mai sola! – protestava Bettina – Voi sapete il mondo com’è cattivo!
Ma in fondo era per questo, che alle cenette dopo il teatro ci andava anche lei, e a volte avea messo in saccoccia qualche pollo freddo, mentre la figlia teneva a bada quelli caldi che le facevano la corte per gli occhi belli che aveva.
Tira, tira, la corda si spezza. Negli ultimi giorni dell’anno Chiarinella non la si riconosceva più. Si lamentava tutta la notte, piangendo sola, con la testa abbandonata che aveva fatto il fosso nel cuscino. Nel giorno della Epifania, Nunziata entrò a vederla e le spuntarono le lacrime agli occhi. Lei poverina, le sorrise, le mostrò, senza parlare, l’arancia che aveva nascosta sotto alla coperta, sul petto.
– Senti – disse Nunziata- ti vengo a far compagnia. Io ti voglio bene. Sai oggi che festa è? Oggi è l’Epifania. Stanotte arriva la Befana che va da tutti i buoni piccini. Bisogna mettere appesa una calza a capo al letto. Se la bambina è buona la Befana viene a mettervi un regalo bello; se è cattiva vi mette i carboni.
– Senti – soggiunse -ora me ne vado, ti mando Cristinella.
Dopo poco la figlia di Nunziata, una bambina di cinque anni, entrò, allegramente. Si recava in braccio una bambola di legno, alla quale avea messo il suo grembiale ed una cuffietta ricamata.
– Guarda com’è bella – esclamò, sedendo sul lettuccio – falle un bacio.
Glie l’accostò alla bocca. Chiarinella la baciò in punta di labbra.
– Si chiama Angelica – disse Cristinella – È figlia a me.
La strinse nelle braccia e si mise a cullarla, cantandole la ninna nanna.
– Oooh! oooh!
Poi subitamente la posò sulla coverta.
– Tu che hai? Sei malata?
– Sì.
– È cosa da niente, cosa da niente – sentenziò, come aveva sentito dire qualche volta alla mamma – una buona sudata e passa.
Come l’altra non diceva nulla, Cristinella si seccò. Aperse la bocca rosea con un lungo sbadiglio e si allungò sul lettuccio, nel sole.
– Sai guardare il sole?
– No.
– Io sì, guarda.
E si mise a fissarlo. Ma gli occhi le si empirono di lagrime. Allora, dopo averseli asciugati, riprese la bambola o scese dal lettuccio.
– Io me ne vado – disse- debbo preparare il letto a questa qua! Uh! – esclamava, baciando la pupattola – quanto sei bella! vieni con mamma tua!
Chiarinella rimase sola. Dopo un momento scese, rovistò in un angolo, trovò quello che cercava. E trascinandosi sino al letto, con uno sforzo che dopo la fece piangere, attaccò al bastone della spalliera una piccola calza bucherellata.
La Bettina in tutta la giornata tornò a casa due volte e poi riescì per accompagnare Malia che faceva Venere, in Orfeo.
A notte la piccina, che sonnecchiava, udì una voce maschile su per le scale e la voce di Malia.
Diceva Malia:
– Addio… ciao… razie…
La notte della Befana era fredda, ma chiara e stellata. Un grande silenzio s’era fatto nella viuzza solitaria, un grande silenzio si fece nella stanzuccia quando Bettina e Malia chiusero al sonno gli occhi stanchi. Una delle rosee calze della ballerina pendeva accapo al suo letto. Ella stessa ci aveva lasciato cader dentro, sorridendo, un piccolo anello d’oro, un paio di profumate giarrettiere di seta. Era stata Befana a sé stessa, prevedendo che la Befana avrebbe lasciata vuota la calza. Nelle case de’ poveri quella non entra.
Chiarinella dormiva, sognando la pupattola della sua piccola amica.
Alla dimane Malia si svegliò un poco più per tempo del solito. In tutta la notte l’anellino e le giarrettiere le aveano parlato all’orecchio. S’accostò alla finestra e si mise ad ammirare i regalucci, stropicciando una cocca del grembiale sull’anello lucente.
– Bello, bello! – faceva donna Bettina, di sulle spalle della figliuola.
Chiarinella stese lamano, staccò la piccola calza dalla spalliera del letto e vi guardò entro. Il suo cuoricino batteva forte.
Ma nella calza non c’era niente.
Malia si lavava, canticchiando, le belle spalle bianche, nude, assalite dai brividi. Il bacile di latta si empiva di spuma candida, fiocchi di neve ne cadevano intorno. Ancora il sole non era arrivato alla stanzuccia, ma per le vetrate appariva il cielo azzurro, limpidissimo, sul quale la Befana aveva, nella notte, ripassatala sua scopa di penne di pavone.
La piccola calza bucherellata era caduta sulla coverta del lettuccio, e da presso due piccole mani vi si abbandonavano, esangui. Tra tanta infantile minutezza le cose più grandi eran due lacrime, che scendevano per le gote di Chiarinella.
 
 
Salvatore Di Giacomo
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Puoi leggere altri racconti di Natale:
Renato Fucini, Il rublo fatato
Emilio De Marchi, Storia di una gallina
Collodi, La festa di Natale
Emma Perodi
 
 

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