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La roccia di T.S. Eliot

malick_vetrataNel 1934, il vescovo anglicano George Bell, presidente della Religious Drama Society of Great Britain, commissionò un’opera teatrale che doveva celebrare (e aiutare a raccogliere fondi) per la costruzione di nuove chiese, soprattutto nella periferia di Londra. Martin Browne, attore e direttore teatrale, coinvolse T.S. Eliot, che scrisse i cori, ovvero i brani lirici che legavano i quadri storici della rappresentazione, che prese il nome The Rock, la Roccia, come Gesù chiama la Chiesa nel Vangelo. E’ l’opera di Eliot rimasta nota come Choruses from the Rock (tradotto in italiano Cori dalla Rocca), ed è quella che viene citata nella recente enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco.

Lo spettacolo venne rappresentato da una compagnia amatoriale al Sadler’s Wells Theatre per due settimane nell’estate del 1934. Fu un successo, e l’anno successivo il vescovo commissionò a Eliot Assassinio nella cattedrale (1935).

Nel 1934, il poeta Thomas Stearns Eliot (1888 – 1965), di origine statunitense, aveva già scritto il celebre poema La terra desolata (1922); nel 1927 era diventato cittadino britannico e aveva aderito alla chiesa anglicana, evento che lo portò a comporre il poemetto Mercoledì delle Ceneri (1930). Da quel momento in poi, la riflessione sul Cristianesimo, oltre che sul Tempo e sulla modernità come già in precedenza, sarebbe diventata un elemento fondante della sua poesia, del suo teatro, e dei suoi saggi.
Poco dopo The Rock, iniziò il suo capolavoro, i Quattro Quartetti (1936-42) e nel 1948 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura.
Eliot non è un poeta che si possa illustrare in poche parole, quindi seguiamo il suo consiglio, come scrisse nel 1962 in un saggio su George Herbert:

Dobbiamo goderci la poesia prima di iniziare ad addentrarci nella mente del poeta; dobbiamo goderla prima di capirla, se ne vale la pena. Iniziamo con il gustare alcune poesie, i versi che ci colpiscono. Solo successivamente familiarizziamo con tutta l’opera.

Riportiamo l’inizio del primo Coro dalla Rocca, nella traduzione di Roberto Sanesi:

Si leva a volo l’Aquila alla sommità del Cielo;
Il Cacciatore coi cani segue il suo percorso.
O rivoluzione perpetua di Stelle configurate,
O ricorrenza perpetua di stagioni determinate,
O mondo di primavera e d’autunno, di nascita e di morte!
Il ciclo senza fine dell’idea e dell’azione,
L’invenzione infinita, l’esperimento infinito,
Portano conoscenza del moto, non dell’immobilità;
Conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio;
Conoscenza delle parole, e ignoranza del Verbo.
Tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza,
Tutta la nostra ignoranza ci porta più vicino alla morte.
Ma più vicino alla morte non più vicini a Dio.
Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?
Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?
I cicli del Cielo in venti secoli
Ci portano più lontani da Dio e più vicini alla Polvere.

Viaggiavo verso Londra, alla City che è preda del tempo,
Là dove il Fiume scorre con flutti stranieri.
Laggiù mi dissero: abbiamo troppe chiese.
E troppo poche osterie. Laggiù mi dissero:
Se ne vanno i parroci. Gli uomini non hanno bisogno della Chiesa
Nel luogo in cui lavorano, ma dove passano le domeniche.
In città non abbiamo bisogno di campane:
Che sveglino i sobborghi.
Camminai fino ai sobborghi, e là mi dissero:
sei giorni lavoriamo, il settimo giorno vogliamo andare in gita
Con l’automobile fino a Hindhead, o a Maidenhead.
Se il tempo è brutto restiamo a casa a leggere i giornali.
Nei distretti industriali mi dissero
Delle leggi economiche.
Nelle campagne ridenti sembrava
Vi fosse solo posto per i picnic.
E sembra che la Chiesa non sia desiderata
Nelle campagne, e nemmeno nei sobborghi; in città
Solo per importanti matrimoni.

T.S. Eliot Cori da La Rocca ed. Rizzoli
traduzione Roberto Sanesi

 
Cecilia Barella
 

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