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L’Irlanda cruda e luminosa di Synge

j_m_syngeRaccontare per J. M. Synge (1871-1909) significa proseguire l’atto del guardare il mondo. E i suoi sensi accolgono e restituiscono la realtà mediandola soltanto attraverso una lieve pietas dello sguardo. Compunta, sobria, mai retorica, mai però cinica o disincantata.
Lo splendore di un paesaggio si afferma così al suo grado zero, quello allestito dalle forze naturali, sottili o superbe che siano, non c’è enfasi o ricerca di effetti nella lingua che ce lo trasmette. Ed è un metodo che vale per ogni aspetto del raccontare per cui nel suo reportage la lingua gaelica non diviene più rivendicazione di corrusche identità, ma comodo veicolo per il commercio senza perdere di fascino e il cantare, il comporre una canzone è cosa così immediata e naturale come sbarcare il lunario, senza che dietro ci sia nessuna postura da bardi. Ecco perché il suo modo di dirci l’Irlanda è perfetto corollario delle vertigini di Yeats o del realismo joyciano. E’ un atto di partecipe registrazione della vita, come si percepisce da questi paragrafi che vi proponiamo per gentile concessione dell’editore.

Saverio Simonelli

Era un giorno grigio, c’era uno strano silenzio nel mare e nel cielo e nessun segno di vita, a eccezione della vela di un currach – o niavogue, come vengono chiamate qui – che stava rientrando dalle isole. Di tanto in tanto passava un carro pieno di anziani e bambini che mi salutavano in irlandese.
Poi sono tornato indietro e ho proseguito su una lunga strada che passava attraverso la torba, con una montagna dal dolce pendio su un lato e il mare dall’altro. Il monte Brandon, di fronte a me era in parte coperto dalle nuvole. Per quanto riuscivo a vedere c’era un piccolo gruppo di persone che si stava dirigendo alla cappella di Ballyferriter; gli uomini con vestiti di stoffa grossa fatti in casa e le donne con mantelline blu o, più spesso, scialli neri avvolti sopra le loro teste.
Questa processione lungo le torbiere olivastre, tra le montagne e il mare, in un grigio giorno di autunno, mi ha dato quella stretta al cuore che spesso può capitare di sentire in Irlanda, un’emozione che è in parte propria del posto e tipicamente patriottica, in parte risultato della desolazione che ovunque accompagna la suprema bellezza del mondo.
La sera, mentre camminavo nei pressi del villaggio, ho incontrato un uomo che era in grado di leggere il gaelico ed era tanto pieno di entusiasmo per quell’antica lingua, quanto di disprezzo per la lingua inglese.
“Ti posso giurare – mi ha detto – che il mio inglese non mi è più utile del tabacco andato a male. I compratori vengono qui da Dingle e da Cork e dalla contea di Clare e parlano tutti un ottimo irlandese. Ed è la stessa cosa per tutte le persone che ti capita di incontrare quaggiù, perché nessuno potrebbe fare affari in questo posto senza parlare la nostra lingua.”
Gli ho chiesto informazioni su tutti quei giovani che erano partiti per l’America.
“Molti sono andati via” ha detto “e sarebbero potuti restare se avessero voluto, perché questo è un buon posto per pescare e un uomo può fare più soldi qui e stare meglio; tirare su la migliore delle famiglie, più che in ogni altro posto. Cosa c’è di meglio di queste terre? Ora, se Dio vuole, i bambini impareranno tutti a leggere e scrivere in irlandese; e questa è una gran cosa perché come può la gente combinare qualcosa di buono, o anche solo riuscire a comporre una canzone, se non sanno scrivere? Magari ti ci vorranno tre settimane per fare una canzone e ci saranno giorni in cui ti verranno in mente ottime cose da infilarci dentro, cose da fare invidia a tutto il mondo. Ma se non puoi scriverle, può capitare che te le dimentichi il giorno dopo. E allora che razza di canzone potrai mai sperare di far venir fuori?”

John M. Synge Vagabondo in Irlanda ed. Mattioli 1885

L’articolo è apparso originariamente su La Compagnia del Libro – TV2000 nel 2010

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