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Nuoro e la Barbagia, sulle orme di Grazia Deledda

grazia deledda in costumeNuoro, capitale della solitudine per scrittori eccezionali come Salvatore Satta e città natale di autori noir contemporanei del calibro di Marcello Fois, è anche la patria dell’unico Nobel sardo, Grazia Deledda. Purtroppo la critica italiana ha spesso maltrattato la scrittrice perché ha sempre cercato di farla rientrare nei parametri della letteratura italiana (annoverandola nel verismo, o peggio ancora, nel decadentismo), ignorando che dietro Grazia Deledda si muove l’universo antropologico sardo e che la scrittrice appartiene alla letteratura sarda in lingua italiana.
Per riscoprire la scrittrice che fu premiata con il Nobel per la letteratura nel 1926, si può ora approfittare degli itinerari turistici “deleddiani” e del Parco letterario Grazia Deledda, che valorizzano i luoghi d’ispirazione, ma aprono anche alla prelibata enogastronomia tipica di quei luoghi e all’artigianato descritti nei suoi romanzi. I paesi coinvolti sono quelli che in genere si sentono nominare prevalentemente sulle pagine di nera: Bitti, Dorgali, Fonni, Galtellì, Lula, Mamoiada, Oliena, Orani, Orosei, Orune, Sarule e, ovviamente, Nuoro.

Nell’Atene dei sardi
È soprattutto grazie all’attività di scrittori come Salvatore e Giacinto Satta e, naturalmente, di Grazia Deledda, poeti come Sebastiano Satta, scultori come Francesco Ciusa e pittori come Antonio Ballero, che gli ultimi decenni dell’Ottocento vedono la sorprendente crescita e affermazione di Nuoro quale luogo simbolo della cultura sarda con l’epiteto di “Atene dei sardi”.
«È il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni», scrive la stessa Deledda nel 1894, poco più che ventenne.
«È il campo aperto dove la civiltà incipiente combatte una lotta silenziosa con la strana barbarie sarda, così esagerata oltre mare. Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell’isola. Abbiamo artisti e poeti, scrittori ed eruditi, giovani forti e gentili, taluni dei quali fanno onore alla Sardegna e sono avviati anche verso una relativa celebrità».

Agli inizi del XX secolo Nuoro conta poco più di settemila abitanti; ecco come la presenta Grazia Deledda in un lungo articolo apparso su La Nuova Antologia del 1901:

L’interno del paese è di una primitività più che medievale, con strade strette e mal lastricate, viottoli, casupole di granito con scalette esterne, cortiletti, pergolati, porticine spalancate dalle quali s’intravedono cucine nere e interni poveri ma pittoreschi. Nuoro ha un Corso lastricato, chiese, caffè, ecc., ma ciò che può interessare è l’interno del paese, le casupole di pietra, nido o covo d’un popolo intelligente e frugale, che lavora e vive tutto l’anno di pane d’orzo, che crede in Dio e odia il prossimo per ogni più piccola offesa… Bizzarri tipi attraversano le vie, oltre i paesani coi loro carri tirati da buoi ed i loro cavalli inseparabili, e le donne dagli occhi egiziani, strette nel ricco e pesante costume o poveramente vestite, con canestri ed anfore sul capo: passano i venditori ambulanti; i Barbaricini con cavalli carichi di patate, canestri d’asfodelo, arnesi di legno; le donne d”Oliena con cestini di frutta; il venditore di sanguisughe, che suona un corno per annunziare il suo passaggio; il pescatore di trote; lo stagnaro che grida richiedendo arnesi vecchi di rame, in cambio di quelli nuovi (una specie di zingaro il cui passaggio, dice il popolo, annunzia un cambiamento di tempo, da buono in cattivo); un uomo con una bisaccia, che fa la questua di frumento e d’orzo per la festa d’un santo; un uomo che suona il tamburo, annunziando un bando del Municipio o il prezzo del vino o d’altra merce presso il tale; ed altri ed altri tipi, e finalmente il poeta cantastorie che riduce in versi sardi i più interessanti avvenimenti italiani e stranieri.

Passeggiando per il capoluogo sardo, si possono rintracciare i luoghi frequentati dalla scrittrice. Si puo’ partire dal quartiere di Santu Predu, San Pietro, il rione dei pastori che con Seuna costituisce il più antico agglomerato della città. Non lontano dalle chiese del Rosario e di San Carlo si erge il palazzetto della metà dell’800 dove nacque la Deledda, diventato Museo Deleddiano nel 1983.
Al suo interno è possibile osservare gli oggetti personali e i materiali da lavoro della scrittrice, foto della Deledda e della sua famiglia, oltre alle prime edizioni di alcune opere e una riproduzione del Diploma di conferimento del Premio Nobel. L’edificio si sviluppa su tre piani, con dieci sale e un ampio cortile dal quale si accede da una porta interna o dal portone esterno e che permette di osservare il panorama con vista sul Monte Ortobene e sul quartiere. Gli ambienti della casa ricostruiscono gli arredi originali e riportano alle atmosfere descritte nelle pagine di Cosima, ultimo romanzo della Deledda, che vi abitò fino al giorno delle nozze, nel 1900: «La casa era semplice, ma comoda, in sé modesta, ma grande e persino lussuosa, se paragonata a tanti poveri tuguri che la circondavano».

Perdendosi nelle stradine del quartiere circostante e osservando le facciate delle abitazioni si rinvengono alcune targhe con citazioni scelte tra i romanzi deleddiani, che offrono un percorso nelle vie più caratteristiche del centro storico accompagnato da descrizioni della scrittrice sarda. A pochi passi dal Museo Deleddiano, si entra nella piazzetta Salvatore Satta, abbellita dalla presenza di alcune sculture in granito e trachite dell’artista Pinuccio Sciola. Dal belvedere, sorvegliato dalla candida statua della Madonnina, nella Via Aspromonte si può godere il panorama del Monte Ortobene e delle vallate di Isporosile e Badde Manna.

Dopo San Pietro, si può visitare nel secondo quartiere storico della città, Seuna, quello dei contadini e degli artigiani. Partendo dalla fine del corso Garibaldi, dopo uno slargo chiamato Ponte ‘e ferru, si trova il Santuario di Nostra Signora delle Grazie, di recente costruzione. Proseguendo, dalla piazza Mameli, fino al Mercato civico, si arriva a un edificio storico, il Convento dei Padri Minori Osservanti. Costruito tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, l’edificio è stato più volte ristrutturato fino al XIX secolo, quando è stato allestito per ospitare le scuole elementari e normali, annoverando fra gli studenti anche Grazia Deledda e Sebastiano Satta.

«Cosima adesso ha sette anni e va anche lei a scuola… – racconta Deledda nel romanzo autobiografico – Il viaggio, per arrivare al convento che serve da caseggiato scolastico, è tutto avventuroso per lei: bisogna scendere per strade strette male selciate, attraverso casette di povera gente, fino alla piazza, le erbivendole con i loro cestini di verdurai… Il convento ha due ingressi, uno per i maschi, l’altro per le femmine: a questo si sale per una breve scaletta esterna, e si entra in un lungo corridoio chiaro e pulito sul quale si aprono le aule: piccole aule che sanno ancora di odore claustrale, con le finestre munite di inferriata, dalle quali però si vede il verde degli orti e si sente il fruscio dei pioppi e delle canne della valle sottostante».

Il monte Ortobene
Più avanti, nel viale Ciusa, all’inizio della strada che porta al Monte Ortobene, che si eleva a oriente della città: la sua vetta costituisce un vero e proprio monumento naturale e sulla sua cima si può ammirare la grande Statua del Redentore, innalzata nel 1901. Alle sue pendici è possibile visitare la Chiesa della Solitudine, che dà il nome a uno degli ultimi romanzi della scrittrice. La chiesetta, ricostruita verso gli anni cinquanta su una precedente del 1600, accoglie dal 1959 le spoglie di Grazia Deledda.
«No, non è vero che l’Ortobene possa paragonarsi ad altre montagne – racconta la scrittrice – l’Ortobene è uno solo in tutto il mondo: è il nostro cuore, è l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi».

Non distante, la chiesetta di Nostra Signora del Monte, edificata nel 1600, interessante per la presenza di alcune “cumbessias” (piccole case che circondano la chiesa) che, fino agli anni sessanta, ospitavano i pellegrini durante il periodo della novena per la festa, e dove anche Grazia Deledda, che fa riferimento alla chiesa in alcuni romanzi, racconta di aver più volte soggiornato.
Scesi alle pendici del Monte, a pochi chilometri dalla Chiesa della Solitudine, sulla vecchia strada per Olbia, si può raggiungere, attraverso un bivio sulla destra, il Santuario campestre seicentesco di Nostra Signora di Valverde, dove si celebra la festa a lei dedicata, come Deledda racconta nel suo capolavoro Canne al vento: «La domenica dopo Pasqua, Efix andò a una piccola festa campestre nella chiesetta di Valverde… Arrivato alla chiesetta, sull’alto della china rocciosa, sedette accanto alla porta e si mise a pregare».

Nei dintorni di Nuoro
Non solo Nuoro e la sua montagna sono descritti nei romanzi della scrittrice sarda. Ci sono i molti paesini arroccati sulle montagne e nei boschi della Barbagia, tra cui alcuni autentici gioielli: Galtellì, Lollove, Bitti, Orosei, Fonni e altri ancora. Partendo da Nuoro si può cominciare dalle “Cortes Apertas” di Lollove, una manciata di case vicino al capoluogo, sotto l’Ortobene. Luogo del cuore della scrittrice, ricordato in uno dei suoi romanzi più passionali, La madre, tradotto in inglese nel 1928 con una prefazione di David H. Lawrence. Oppure dalla “casa delle Dame Pintor”, a Galtellì, dove la scrittrice ha ambientato Canne al vento. Il borgo è il gioiello nonché la sede insieme a Nuoro del Parco Letterario dedicato alla scrittrice.
A pochi chilometri di distanza, appare un villaggio fortificato, tutto bianco. È San Francesco di Lula, il santuario del 1500 dove il protagonista del romanzo Elias Portolu si reca in pellegrinaggio e vive i primi tormenti d’amore. Anche qui si celebra la festa di maggio, a cui lavorano per tutto l’anno un priore laico e i volontari, che è uno degli appuntamenti più spettacolari della regione, con balli, canti e grandi bevute. I devoti alloggiano nelle tradizionali “cumbessias” che circondano la chiesa. Dal villaggio lo sguardo si perde nella campagna immersa nella “sconfinata solitudine” tanto frequente nei libri della Deledda.
Si giunge infine a Fonni, minuscolo paese adagiato a mille metri d’altezza, “come un avvoltoio a riposo”, sotto il Gennargentu. Domina il grandioso santuario della Madonna dei Martiri, descritto nel romanzo Cenere: tra i vicoli stretti e le facciate dei palazzi medievali si possono trovare i murales, 25 opere d’arte di artisti locali e stranieri.

Roberto Arduini

Opere principali di Grazia Deledda
Fior di Sardegna (1892), ed. Ilisso, 2007
Racconti sardi (1895), Marco Valerio, 2001
Anime oneste (1895), ed. La Riflessione, 2008
Elias Portulo (1903), a cura di Spinazzola, Mondadori, Oscar narrativa, 1998
Cenere (1904), Mondadori, Oscar narrativa, 1999
– L’edera (1912), ed. Mondadori, Oscar narrativa, 1999
Canne al vento (1913), ed. Marco Valerio, 2001
Marianna Sirca (1915), ed. Mondadori, Oscar narrativa, 1999
La madre (1920), ed. Mondadori, Oscar narrativa, 1999
Cosima (1937), ed. Mondadori, Oscar narrativa, 1998

Per saperne di più:
– Clara Incani Carta Luoghi, paesaggi, uomini per voci di Grazia Deledda. Geografia e letteratura ed. Scuola Sarda € 16,00
– Salvatore Gullotta di Mauro Terre e genti di Sardegna nella letteratura geografico-politica dell’800 ed. Delfino Carlo € 22,00
– Amendola Amalia L’isola che sorprende. La narrativa sarda in italiano ed. Cuec € 20,00
– Giovanna Cerina, “Deledda: La Sardegna ‘a modo suo’”, in Gianni Olla Scenari sardi. Grazia Deledda tra cinema e televisione, ed. Aipsa, € 10,33

Link:
– Parco culturale Grazia Deledda a Galtellì: http://www.parcograziadeleddagaltelli.it
– Museo Deleddiano: http://www.isresardegna.it/index.php?xsl=565&s=16&v=9&c=4094&nodesc=1

L’articolo è apparso originariamente sul sito La Compagnia del Libro – TV2000 nel 2010

 

 

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