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In viaggio per Paranoid Park

paranoid_parkBlake Nelson è nato a Portland, in Oregon; dopo il liceo non si è iscritto a Legge, come avrebbe voluto la famiglia, ma ha iniziato a scrivere canzoni e suonare. Oggi vive con sua moglie tra Portland e New York ed è scrittore di professione, dice che è possibile se si accetta di condurre una vita modesta.

Il suo romanzo Paranoid Park (2006) è diventato un film di Gus Van Sant nel 2007, e in Italia è stato premiato con il Grinzane nel 2008.  Ispirato a Delitto e Castigo di Dostoevskij e ambientato nella Portland di oggi, il romanzo è la vicenda di un sedicenne che, per una banale bravata, provoca accidentalmente la morte di una guardia giurata, nei pressi del Paranoid Park, il ritrovo degli skaters più bravi della città. Dello stesso autore è stato tradotto in italiano anche Girl (1995) sul mondo del punk rock, ambientato anch’esso tra gli adolescenti di Portland; e  Nei panni di lui/lei (titolo originale Gender Blender, Mondadori), sulla scambio involontario di corpo tra due giovani amici, maschio e femmina. Paranoid Park ci è piaciuto molto, è un libro che dovrebbe essere letto nelle scuole, ma anche dagli insegnanti e dai genitori. Abbiamo contattato Blake Nelson che ha accettato una intervista online.

Per prima cosa, congratulazioni per il Premio Grinzane che ha ricevuto il mese scorso. Il Grinzane è uno dei premi italiani più prestigiosi. Inoltre, ci ha fatto piacere anche sapere che si è trovato bene in Italia. A Stresa ha incontrato Giuliano Montaldo, di cui è uscito da poco nelle sale il nuovo film I demoni di San Pietroburgo, sullo scrittore russo Dostoevskij dal quale lei ha detto di aver tratto ispirazione per Paranoid Park. Ne avete parlato?

Sì ne abbiamo parlato. Giuliano Montaldo è un uomo straordinario, affabile e gentile. Ero seduto accanto a lui ad una delle cene, ha raccontato un mucchio di aneddoti divertenti. Ho riso tutta la sera!

Lei cita Dostoevskij due volte in Paranoid Park: nell’incipit e nel corso della trama. Il suo romanzo è ambientato in un luogo ben preciso, Portland, all’interno di una comunità specifica, quella degli skaters in età scolare, eppure lei ci porta dal particolare all’universale di temi eterni. Tanto che alla fine possiamo perfino intuire che lo skateboard è la metafora perfetta della vita vissuta in un precario equilibrio, a mezz’aria tra il cielo e il suolo. Ce ne vuole parlare?

Sì, credo che abbia colto nel segno. C’è un riferimento diretto a Dostoevskij nel tema del romanzo, ma ho anche lasciato che vi entrasse il mondo di Portland. Portland è più vicino al Giappone che all’Europa o alla Russia, e credo che ci sia un atteggiamento buddista, zen, verso lo specifico dilemma esistenziale della storia. Non è premeditato, credo che sia nell’aria nella costa pacifica del Nord Ovest. C’è un senso di calma su tutto.

Ciò che ho trovato sconvolgente è che Alex potrebbe essere il ragazzo della porta accanto, il figlio di tutti noi, non è una persona che vive ai margini della società, ma all’improvviso accade la tragedia. Di fatto, questo non cambia la sua vita, perché lui non può parlarne con nessuno, ma cambia il suo animo per sempre. Molti hanno scritto che Alex appare distaccato, ma credo piuttosto che il ragazzo, a modo suo, senta un senso di responsabilità verso sua madre, verso il fratellino che ha somatizzato il divorzio dei genitori, verso le persone che hanno delle aspettative sul suo futuro. C’è ancora una sorta di purezza nel ragazzo, come lei suggerisce ripetutamente, ad esempio quando Alex si rivolge a Dio. Il lato spirituale della vita è ancora reale quanto quello materiale. Vuole commentare?

Sì, ha perfettamente ragione. Nel libro Alex non ha un nome, proprio per indicare che potrebbe essere chiunque. Credo che l’animo dei teenager, di qualunque teenager, sia una tabula rasa. Ognuno ha le sue inclinazioni caratteriali, certo, ma quando non abbiamo ancora avuto occasione di fare i conti con il nostro carattere, questo è qualcosa di nuovo, e in un certo senso viene profondamente plasmato dalle nostre prime reazioni le prime volte che ci troviamo in situazioni stressanti. Penso a quello che altri ragazzini avrebbero fatto nella stessa situazione di Alex. Un tipo meno sensibile non si sarebbe preoccupato quanto lui. Uno più fragile sarebbe crollato, schiacciato da tanta pressione. Alex sembra trovarsi nel mezzo: forte ma non arrogante. Decide che cercherà di portare da solo questo fardello, per una sorta di senso maschile dell’onore. In parte, sta cercando di proteggere la sua famiglia, che considera più debole di quanto non sia lui stesso. Ricordo che da ragazzo sentivo di poter sostenere qualunque fardello, ma è l’illusione di quando sei giovane, pensi di essere indistruttibile.

All’inizio degli anni ’80, negli Stati Uniti, c’è stata un’altra storia sull’adolescenza che è stata un romanzo (Judith Guest) e un film (il primo di Robert Redford regista), era Gente comune (Ordinary People). Anche lì c’era un incidente, c’era una fratello morto, il senso di colpa, un adolescente sull’orlo del suicidio, una famiglia spaccata. Eppure il ragazzo aveva degli interlocutori: il padre, il medico, la fidanzata. In Paranoid Park, Alex ha relazioni molto deboli, ad un certo punto dice di non potersi fidare neanche degli amici e dei compagni di scuola per le questioni importanti. Cosa è cambiato negli ultimi 25-30 anni e perché? E, soprattutto, è una questione che la interessa come scrittore?

Sì, mi è piaciuto il film e ho anche letto il libro. La mia storia è più in linea con Dostoevskij. E’ molto più cruda! Non c’è via di scampo. Gente comune è più sottile, è come una casa ben costruita, mentre il mio libro è più come un pugno nello stomaco. Penso che Gente comune sia semplicemente un romanzo più commerciale. Il mio libro è come un prodotto artistico, letterario, e un po’ più estremo. In America ha disturbato l’opinione pubblica e molte biblioteche non lo prendevano neanche. Poi Gus ha fatto il suo bellissimo film e il mio libro è stato salvato dall’oblio!

Paranoid Park è uno dei suoi primi libri tradotti in Italia ma sappiamo che ha pubblicato diversi romanzi che trattano l’adolescenza. E’ una decisione che lo scrittore Blake Nelson prende a priori oppure ne è consapevole solo quando ha finito di scrivere un libro?

Scrivo soprattutto sui teenager, al momento, perché ho l’impressione che nessuno lo faccia nel modo giusto, e cedo che sia un vuoto enorme che c’è disperatamente bisogno di riempire con qualcosa di più dei libri sui vampiri o su ragazze ricche e decadenti.

Parliamo del linguaggio. Ho apprezzato molto il linguaggio usato in Paranoid Park. Lei ha scritto un prima persona, dal punto di vista di Alex, che è un ragazzo di 16 anni, ed è stato in grado di adottare lo stile di un adolescente nel parlare, pensare e scrivere, ma allo stesso tempo di curare molto la buona scrittura. In questo periodo in Italia c’è la moda dei libri per teenager, nella maggior parte dei casi la qualità è molto scadente perché gli scrittori adulti diventano grotteschi quando enfatizzano il gergo giovanile e i giovanissini che pubblicano per lettori coetanei in genere non hanno ancora stile. Paranoid Park è credibile come diario di un adolescente e allo stesso tempo ha un valore letterario in sé. Come ha ottenuto questo difficile risultato?

Passo molto tempo ad ascoltare i ragazzi. Nella vita di tutti i giorni, in effetti mi esprimo come uno di loro, motivo per cui la gente pensa che io sia un tipo bizzarro la prima volta che mi incontra. Mi piacciono gli adolescenti, di tutti i tipi, li trovo molto più interessanti degli adulti. E quando trovi qualcosa di interessante e lo studi, approfondisci, puoi arrivare ad imitarlo bene, è una questione di esercizio.

Riguardo al mondo degli adolescenti oggi, pensa che ci siano differenze tra il Nord America e l’Europa, o il resto del mondo?

L’Europa è più sofisticata. La gente è più scaltra, più consapevole. Penso che l’America abbia ancora qualcosa di primitivo nel suo retaggio, è ancora un luogo selvaggio per certi versi. La gente è più elementare che in Europa. Per quanto riguarda gli adolescenti in particolare, penso che forse gli americani siano più grezzi dei loro coetanei europei, sono semplicemente più incolti. Qui c’è poca tradizione culturale, anche sul recente passato, ad esempio su come la gente viveva negli anni Cinquanta o Sessanta. Manca il senso di continuità. Ma allo stesso tempo, penso che gli adolescenti americani oggi siano meno ribelli della mia generazione. Penso che noi fossimo molto più anarchici di quanto non siano questi ragazzi. Oggi tendono molto a fare gruppo, e sono un po’ più positivi degli adolescenti degli anni Ottanta o Settanta. Non sono terribilmente creativi, no, non penso. E questo è un male, ma forse è inevitabile. Dovranno affrontare un bel po’ di faccende nel futuro, devono essere molto professionali ed efficienti, è probabile che debbano salvare il pianeta.

Una domanda riguardo al film. Sappiamo che lei ha sempre avuto molta stima di Gus Van Sant come regista e ha detto di essere soddisfatto del film. Riguardo a Gabe Nevins [non professionista, skater, interpreta il protagonista, n.d.t.] in particolare, mi sembra che sia perfetto nel ruolo – ma cosa ne pensa l’autore del libro?

Sì, anche a me lui piace. All’inizio, quando ho visto le sue foto, i provini, non avrei saputo dire se avrebbe funzionato. Ma quando l’ho conosciuto, ho capito che Gus aveva trovato un ragazzo davvero speciale. Gus lo ha anche “diretto” in modo superbo, ma senza mettersi tanto a discutere il personaggio con lui. Io avevo una sorta di timore reverenziale verso lo strano talento di Gus nel trattare con le persone. Non mi ero mai aggirato tanto sul set di un film prima di allora, quindi è stato molto istruttivo e affascinante. Gus è un mago!

Al di fuori degli Stati Uniti, quali sono i paesi in cui conta più lettori? E quali paesi visita volentieri?

Credo che la Polonia abbia pubblicato la maggior parte dei miei romanzi, poi la Germania e l’Italia. Amo l’Europa, soprattutto l’Italia e la Francia. Quando ho viaggiato per l’Europa, da giovane, ero un po’ intimidito da questi due paesi, ma con l’età ne riconosco la profondità culturale e l’ammiro.

Siamo quasi alla fine, parliamo di musica. Sat2000 ha un programma televisivo sulla musica, e anche molti dei nostri lettori si interessano di musica. La colonna sonora di Paranoid Park va dalla musica classica a Nino Rota all’elettronica. Lei ha apprezzato molto la scelta di Gus Van Sant – come la maggior parte dei critici e del pubblico. Ma qual è la colonna sonora del romanzo? Immaginava una musica in particolare mentre scriveva il romanzo, o ne ascoltava? Di solito gli adolescenti ascoltano molta musica durante la giornata, vorremmo sapere se vale anche per gli skaters di Portland?

Di solito, per ognuno dei miei libri c’è stato un disco che è diventato IL disco del libro. Mentre scrivevo Paranoid Park ascoltavo “Bright Lights” degli Interpol. Io amo la musica, sono stato musicista agli inizi così continuo a scriverne, oltre che ascoltarne. Sia Girl che Rockstar Superstar sono romanzi sul mondo della musica. Credo che un bel po’ di punk rock di ottima qualità sia legato al mondo dello skate, ma penso che gli skaters ascoltino di tutto, elettronica, rap, di tutto. Mi viene in mente sempre Diesel Power dei Prodigy quando penso allo skate. Credo che generalmente gli skaters abbiano buon gusto in fatto di musica e siano all’avanguardia. Quindi sono certo che ci sia ottima roba in giro che però ancora non conosco. Mi piace la musica del film, e sono contento che ci siano pezzi di Elliott Smith perché è uno dei miei preferiti, e anche lui è di Portland. Gus, io e Elliott Smith, tutti di Portland e tutti e tre insieme in questo film, grandioso!

Cecilia Barella
 
Blake Nelson Paranoid Park, ed. Rizzoli
 
L’articolo è apparso originariamente su La Compagnia del Libro – TV2000 nel maggio 2008
 
 

 
Il video con Saverio Simonelli e Cecilia Barella è tratto da una puntata della Compagnia del Libro (TV2000) del 2008
 
 

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