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L’autunno di John Keats

bright_starNel settembre 1819, John Keats scrisse l’Ode all’Autunno; il giovane poeta (aveva 24 anni) sapeva che la vita poteva giungere al termine in breve tempo perché la sua salute era minata dalla tubercolosi.
Di fatto, sarebbe morto pochi mesi dopo, nel febbraio 1820 a Roma.
L’autunno, quindi, non era solo la stagione che osservava intorno a sé quel settembre, era anche la stagione interiore che stava attraversando.

Eppure non è il declino ciò che Keats coglie dell’autunno,

Dove sono i canti di Primavera? Sì, dove sono essi?
Non pensarci, tu pure hai la tua musica…

ma il tripudio di frutti e di colori:

Stagione delle nebbie e di fertile fioritura,
amica fedele del sole che matura,
che con lui cospiri per benedire
e colmare di frutti
i tralci di vite che allacciano ai tetti di paglia,
per curvare con il peso delle mele
gli alberi intorno al casolare,
e colmare di pienezza fino al cuore ogni frutto,
ingrassare la zucca,
gonfiare i gusci di nocciola con un dolce seme,
e far fiorire,
ancora far fiorire, fiori tardivi per le api,
illudendole che mai cesseranno di giorni di caldo,
perché l’estate fino all’orlo ha colmato
le loro appiccicose celle.

Keats ha fatto della bellezza la sua poetica, e ciò gli permette di accettare la stagione che il più delle volte artisti e cantori hanno considerato metafora di ciò che-non-è-più (estate, giovinezza) invece che di ciò che-è-compiuto, pieno. Cogliere la bellezza, entrare in sintonia con essa, significa cogliere una visione dell’eternità, la manifestazione del divino. E’ lo stesso tema di altre celebri poesie di Keats, come l’Ode all’usignolo, e l’Ode all’Urna Greca in cui questa funzione non viene svolta soltanto dallo spettacolo della natura ma anche da un’opera dell’uomo.
Keats esprime, qui soprattutto, una profonda fiducia nelle doti dell’umanità ma allo stesso tempo è il poeta che nel suo tempo denuncia i rischi della modernità: che l’uomo realizzi ciò che utile, non solo ciò che è bello, che anche le opere d’arte vengano compiute in funzione di qualcosa (teorie, dottrine, concetti). L’arte, invece, non deve essere utile, secondo Keats, ma deve esprimere bellezza – è in questo la sua “utilità”, perché la bellezza eleva l’uomo.
Questo tratto della sua poetica rese Keats il poeta eletto dei tardo vittoriani, inglesi e non (da Oscar Wilde ai simbolisti francesi) ma lo rende moderno e beneamato anche oggi in una società in cui molto spesso il prodotto artistico è diventato una questione di business.

E’ proprio l’ultima stagione della vita di Keats che Elido Fazi racconta nel libro pubblicato di recente Bright Star: La vita autentica di John Keats, per i tipi della sua casa editrice (Fazi ed.) da cui sono tratti i versi in questa pagina. Una fase attraversata da problemi di salute, di finanze, e dalla travagliata storia d’amore con Fanny Browne, portata sugli schermi di recente da Jane Campion con l’omonimo film.

Cecilia Barella

 

Elido Fazi Bright Star: La vita autentica di John Keats ed. Fazi 2010, p. 281, euro 15,00

 

L’articolo è apparso originariamente su La Compagnia del Libro – TV2000 nel settembre 2010

 

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1 commento

  1. João moreira Coelho ha detto:

    Bellissimo!

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