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Un fantasy dimenticato firmato C.S. Lewis

MoralityFiguresNegli ultimi anni, anche grazie al successo cinematografico di Le Cronache di Narnia, sempre più lettori italiani si sono interessati ai libri di C.S. Lewis, autore di romanzi e saggi che sono considerati classici della letteratura anglosassone, ed egli stesso conferenziere molto popolare tra i contemporanei.
Uno dei libri meno commentati in Italia, anche se tradotto e pubblicato già nel 1980, è Le due vie del pellegrino (The Pilgrim’s Regress), il primo romanzo di Lewis, pubblicato nel 1933, che merita la nostra attenzione.

Il protagonista, John, lascia la casa dei genitori, nel paese di Puritania, spinto dal desiderio di raggiungere l’isola che ricorda di aver visto da lontano da bambino. Nulla di ciò che incontra lungo il cammino riesce a soddisfare il suo desiderio: Arte, Lussuria, Esoterismo, e ideologie varie da un estremo all’altro del pensiero umano. Coloro che gli parlano dell’isola la considerano poco più di un sogno, quindi ritengono che sia vano cercarla e sia buonsenso accontentarsi di trovare o magari costruire un luogo che le somigli. Capiamo che si tratta di un percorso mentale: “Nel mio personale cammino – scrisse Lewis nella Prefazione – ero passato dal ‘realismo popolare’ all’idealismo filosofico; dall’idealismo al panteismo; dal panteismo al teismo; e dal teismo al cristianesimo”.
Coloro che gli parlano dell’isola la considerano poco più di un sogno, quindi ritengono che sia vano cercarla e sia buonsenso accontentarsi di trovare o magari costruire un luogo che le somigli Ma John riesce a non confondersi, a non identificare il desiderio con un oggetto. Giunto infine all’isola, John scopre che si tratta dell’arco di montagne che aveva visto già da Puritania. Il ritorno di John non è un ricalcare la stessa strada per tornare al punto di partenza, ma un percorso in cui il punto di vista è cambiato, quindi nuovo, come un inizio. Il romanzo percorre la stessa vicenda che Lewis racconterà nel 1955 nella vivace autobiografia della sua giovinezza e della sua conversione: Sorpreso dalla gioia, il cui ultimo capitolo si intitola “L’inizio”.
Lo stile di Lewis che risulta dall’uso dell’allegoria è molto semplice e scorrevole nel linguaggio ma denso di contenuti. Oggi potremmo dire che si tratta di un romanzo fantastico piuttosto colto ma felicemente leggibile da qualsiasi lettore, e questo è un risultato notevole.
Il libro si apre, come molti altri romanzi fantastici, con la mappa del mondo attraversato da John, un mondo popolato da essere altrettanto fantastici, quali nani e draghi. Ma ciò che salta subito agli occhi è che si tratta di un romanzo fantastico piuttosto particolare perché ricalca direttamente l’uso dell’allegoria medievale propria dei morality plays, in cui venivano personificate le astrazioni, ovvero vizi e virtù umane, e gli uomini erano rappresentati come figure stilizzate, non in base alle loro qualità individuali ma come “caratteri”: il pellegrino, il cavaliere, il mercante, etc. – anonimi ma universali.

I morality plays sono un’evoluzione dei mistery plays, sacre rappresentazioni che in tempi più antichi consistevano in dialoghi con i quali durante la Messa venivano presentati ai fedeli episodi del Vangelo. A poco a poco divennero piccoli drammi e furono spostati sul sagrato delle chiese. Questo accadeva in tutto il continente europeo ma in Inghilterra il dramma medievale ebbe una fioritura straordinaria.
I drammi erano popolarissimi, divennero indipendenti dall’organizzazione ecclesiastica e passarono nelle mani delle Guilds, le corporazioni d”arti e mestieri. I grandi cicli di rappresentazioni erano quelli di Natale e Pasqua, fino al 1311, anno in cui anche in Inghilterra venne istituita la festa del Corpus Domini che divenne l’occasione per gli spettacoli più importanti, anche perché avveniva nella bella stagione e coincideva con importanti fiere. Si distinsero, infatti, gli spettacoli di città in cui esistevano potenti organizzazioni corporative: York, Wakefield e Coventry, mentre Chester osservava il costume per la Pentecoste. Da queste città ci sono pervenuti i codici che contengono i cicli e danno prova di una qualità considerata generalmente molto superiore alle analoghe rappresentazioni sacre del resto d’Europa. E’ indubbio che questo gusto per la “messa in scena” ebbe una grande influenza sull’evoluzione del teatro in Inghilterra, che portò al grande dramma elisabettiano.
Nel Quattrocento, accanto ai mistery plays sorse un’altra forma di rappresentazione edificante, quella dei morality plays, sopra descritta, il cui capolavoro riconosciuto è Everyman. Il soggetto è l’incontro di un uomo anonimo – che quindi può rappresentare tutti, Ognuno appunto – con la morte che lo chiama a raggiungere Dio. Nessuno dei suoi amici – Amicizia, Parentela, Beni, Conoscenza e altri – vuole accompagnarlo nel viaggio, tranne Buone Azioni. Distratto dai piaceri mondani, Ognuno passa allora dalla frivolezza alla disperazione e al conforto cristiano. Atipico tra i drammi inglesi, che contengono sempre una vena ironica, Everyman fu tradotto in molte lingue e rappresentato in tutta l’Europa contemporanea.

Un simile uso dell’allegoria e dell’immaginario medievale si trova anche in uno dei più bei libri del fantastico italiano: Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino. Nel 1969 l’editore Franco Maria Ricci aveva chiesto a Calvino un testo che illustrasse i Tarocchi del mazzo visconteo, conservato tra Bergamo e gli Stati Uniti, il più antico che si conosca. Calvino applicò il metodo combinatorio, sperimentato anche da Propp e Queneau: in una cornice boccaccesca, le storie vengono narrate dai commensali muti disponendo sul tavolo le figure dei Tarocchi, ciascuno utilizzando quelle degli altri o prendendo a sua volta dal mazzo carte non ancora utilizzate. Il libro, che naturalmente è illustrato, venne pubblicato nel 1973 ed è diviso in due parti: semplificando si può dire che la prima, Il Castello, è un omaggio all’Ariosto; la seconda parte è un omaggio a Shakespeare, ed utilizza i Tarocchi del Settecento, di Marsiglia.

Il titolo originale del romanzo di Lewis, “The Pilgrim’s Regress”, è un gioco di parole, o meglio un omaggio all’opera di John Bunyan “The Pilgrim’s Progress” (Il viaggio del pellegrino), un romanzo allegorico pubblicato nel 1678 e tradotto, a oggi, in più di 100 lingue. Un classico della letteratura anglosassone, si tratta di una narrazione allegorica che è stata definita “la Divina Commedia protestante”; racconta, in forma di sogno, le peripezie di un’anima, chiamata Christian, che incontra sul suo cammino personaggi che sono tentazioni e astrazioni antroporfizzate: Speranza, Buona Volontà, Fedele. Anche i luoghi hanno nomi emblematici: Città della Rovina, Fiera della Vanità, etc. All’autore di questa famosa opera Lewis dedicò un saggio intitolato “La visione di John Bunyan”, letto alla BBC e pubblicato nel 1962.
Lewis adottò la forma letteraria dell’allegoria probabilmente per due motivi: è tipica di un periodo storico che egli conosceva bene dato che era docente di letteratura medievale e rinascimentale – nel 1936 elaborò i suoi studi nel saggio “The Allegory of Love” (L’allegoria dell’amore) analizzando le convenzioni dell’amor cortese; inoltre l’allegoria è tipica della letteratura cristiana edificante, come abbiamo visto.
 Le due vie del pellegrino fu pubblicato nel 1933, poco dopo la ri-conversione di Lewis al cristianesimo, avvenuta nel 1931. J.R.R. Tolkien scrisse in una lettera (257) di averlo letto in bozza. Infatti, erano gli anni in cui i due professori si frequentavano assiduamente quali colleghi e amici a Oxford. Ciò che Tolkien non scrisse lì è che ritenne l’elaborazione del romanzo un po’ precipitosa da parte di Lewis!
Il titolo completo del romanzo è “Le due vile del pellegrino. Apologia allegorica del cristianesimo della ragione e del romanticismo”. Lewis lo aggiunse alla 3° edizione insieme ad una Prefazione, un bellissimo saggio in cui, in poche pagine, tratta il significato del Romanticismo, la Ragione come compagna della dimensione spirituale della vita, il cambiamento di prospettiva culturale del suo tempo.
Lewis, dunque, scrisse un romanzo dichiaratamente allegorico, rifacendosi ad un genere letterario forse oggi meno conosciuto ma con una storia importante –diversamente da J.R.R. Tolkien il quale ripete spesso che sarebbe sbagliato leggere “Il Signore degli Anelli” come un’allegoria. Tuttavia anche Lewis ritenne che: “L’offrire una ‘chiave’ per una allegoria può incoraggiare quel particolare malinteso dell’allegoria che, come critico letterario, ho denunciato altrove. Può incoraggiare il lettore a supporre che l’allegoria sia una finzione, una maniera di dire oscuramente quello che potrebbe essere detto chiaramente. Ma, effettivamente, ogni buona allegoria serve non per nascondere ma per rivelare; per rendere il mondo interiore più palpabile dandogli una (immaginata) personificazione o espressione concreta.” E aggiunge: “Quando l’allegoria è al suo meglio, essa si avvicina al mito.”
Questa concezione inserisce pienamente Lewis tra gli autori del Novecento e lo avvicina, nonostante le diverse scelte di stile, a scrittori quali l’amico Tolkien, T.S. Eliot e James Joyce, così diversi ma accomunati dall’uso di figure e luoghi di un antico e continuato patrimonio letterario per parlare all’uomo moderno. “Le due vie del pellegrino”, infatti, mette in scena i movimenti filosofici, politici, culturali del XX secolo. Lewis rimproverò aspramente il movimento post-bellico degli umanisti americani, i Neo-Scolastici che interpretarono questo metodo come “nostalgia” del passato, disse: “non avevano neanche attraversato il ‘pons asinorum'”.

Cecilia Barella
gennaio 2006

Bibliografia delle opere citate:
– Bunyan, John “Il viaggio del pellegrino. Da questo mondo a quello venturo presentato in forma di sogno” ed. Gribaudi 1985
– Calvino, Italo “Il castello dei destini incrociati” ed. Mondadori 1994
– Lewis, C.S. “Le due vie del pellegrino” ed. Jaca Book 1980
– Lewis, C.S. “Sorpreso dalla gioia” ed. Teadue 1994
– Lewis, C.S. “Come un fulmine a ciel sereno. Saggi letterari e recensioni” ed. Marietti 2005
– Tolkien, J.R.R. “La realtà in trasparenza. Lettere” ed. Bompiani 2001

 

 

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