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I semi di speranza di Tolkien e Guareschi

DoncamilloSignore, cos’è questo vento di pazzia? […] L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?
Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede.

Il brano è tratto dal romanzo “Don Camillo e don Chichì” (1969) di Giovanni Guareschi (la prima edizione fu pubblicata con il titolo “Don Camillo e i giovani d’oggi”).
Un altro autore cattolico, J.R.R. Tolkien, in Inghilterra, esprimeva concetti simili in una narrazione di stile diverso, epico, fiabesco e atemporale. Il Signore degli Anelli narra l’anno in cui la Terra di Mezzo è attraversata dalla Guerra dell’Anello. Come Guareschi, Tolkien aveva vissuto due guerre mondiali, e anche per lui il maligno “Ha un cervello fatto di metallo e di ingranaggi, e non ha cura per le cose che crescono“. Quest’ultima espressione (cose che crescono) ricorre più volte nel libro, per bocca di Barbalbero e, verso la conclusione, di dama Eowyn guarita.
Ma è lo hobbit Sam, il giardiniere compagno di viaggio di Frodo, il personaggio tolkieniano che più di tutti incarna questo spirito. E a lui, gli Elfi, che stanno per lasciare la Terra, doneranno i semi raccolti nel loro regno per ripopolare la verde pacifica Contea che – gli hobbit ancora non lo sanno – sarà letteralmente devastata alla fine della guerra.

«Per te, piccolo giardiniere ed amante degli alberi», disse rivolgendosi a Sam, «non ho che un piccolo dono». Gli mise in mano una scatoletta di semplice legno grigio, del tutto disadorna, con un’unica runa d’argento sul coperchio. «Codesta è la G di Galadriel», disse la Dama; «ma può anche essere l’iniziale di giardino nella tua lingua. La scatola contiene terra del mio frutteto, ed ogni benedizione che Galadriel ha ancora il potere d’impartire. Non ti aiuterà a percorrere con costanza la giusta via, né ti difenderà contro le insidie; ma se tu la conservi, ed un giorno ritorni infine alla tua casa, allora forse sarai ricompensato. Anche se trovassi tutto spoglio e abbandonato, quando avrai sparso in terra il contenuto della scatola, pochi giardini fioriranno come il tuo nella Terra di Mezzo.

Naturalmente qui non si tratta semplicemente di passione per il giardinaggio. In Tolkien e in Guareschi echeggiano brani evangelici come le Beatitudini (“Beati i miti perché erediteranno la terra”) e le molte parabole basate sullimmagine del seme: dalla parabola del seminatore e dei terreni fertile e pietroso, a quella del seme di senape tanto piccolo quanto frondoso quando cresce, che Gesù usa più volte per descrivere sia il regno di Dio che la potenza della fede.
I semi sono facili metafore di nascita e rinascita, e nella cultura cristiana anche di resurrezione, quindi di Pasqua. San Bonaventura chiamava la croce “lignum vitae”, perché nel cristianesimo è simbolo della resurrezione più che della passione. L’immaginario del Medioevo fuse la figura dell’albero con cui fu fatta la croce con la più antica figura dell’albero cosmico, o albero della vita – di fatto presente in tutte le culture.
Una delle leggende più note e diffuse del tempo (dalla Scandinavia alla Spagna e alla Grecia) era quella secondo cui l’albero della croce era nato da tre semi provenienti dal Paradiso terrestre: abete, palma e cipresso – secondo Gotofredo da Viterbo, alla fine del XII secolo – con fogliame diverso ma poi cresciuti insieme in una unica pianta, come la Trinità. I semi, quindi, sono segni di speranza per l’uomo, e di vita, in particolare di una vita basata sull’armonia.

Cecilia Barella

 

L’articolo è apparso originariamente su La Compagnia del Libro – TV2000, nel marzo 2012

 

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