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Lingua italiana: conquista della democrazia

La diffusione e l’evoluzione della lingua italiana sono state una conquista della storia repubblicana del nostro paese. Questo è il messaggio che il celebre linguista Tullio De Mauro ha trasmesso alla vasta platea della lectio magistralis tenuta venerdì 11 maggio 2012 al Salone del Libro di Torino.
La Repubblica ha ereditato il patrimonio importante di una lingua con una storia letteraria iniziata nel Duecento ma poche persone, in quel momento storico, erano padrone della lingua. Il loro primo impatto con l’italiano era la scuola, ma la vita scolastica durava in media 3 anni, contro la media di 7-8 anni dei paesi europei più ricchi. La spinta a raggiungere un titolo di studio più avanzato (almeno fino alle medie) con ciò che buono comporta, è stata una esigenza delle famiglie italiane.

Solo nel 1962 arriva l’obbligo scolastico fino alle medie, quando era diventato un fatto diffuso in buona parte del paese. Non è un caso, spiega il professor De Mauro, anche se è poco noto, che nel dopoguerra si cercò di promuovere alle posizioni dirigenziali dello Stato proprio le persone che non ostacolavano l’accesso scolastico – e nel migliore dei casi lo promuovevano.
Un altro fattore che facilitò l’acquisizione e la diffusione dell’italiano fu la migrazione dalla campagna alla città, e soprattutto da una regione all’altra d’Italia. In questo ultimo caso, infatti, l’italiano era l’unico modo di comunicare e capirsi per persone che normalmente parlavano dialetti diversi. La città di Roma conosceva già questo fenomeno da secoli, ma non era così per molte città della provincia.
Il terzo fattore di diffusione della lingua nazionale nell’Italia della repubblica è stato, com’è noto, la televisione.
Negli anni Quaranta e Cinquanta persisteva la differenza tra l’uso dell’italiano scritto e il linguaggio parlato, che spesso era ancora il dialetto, anche per molti scrittori. Nel corso del tempo questa differenza si è quasi totalmente annullata, come si è stemperata la differenza tra l’italiano scritto e quello parlato. Ad esempio, si è imposto nel tempo il periodo breve (in media sotto le 25 parole) rispetto al periodo lungo e complesso che in passato era preferito perché sembrava indicare una maggiore cultura e una maggiore padronanza della lingua.

Cecilia Barella

 

L’articolo è apparso originariamente su La Compagnia del Libro – TV2000, nel maggio 2012

 

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