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Il Gesù che accarezza il mondo di Tunstroem

Tunstroem_lettera dal deserto“E’ il vivente colui che ti loda”. Questa frase del profeta Isaia racchiude il senso profondo di “Lettera dal deserto”, romanzo di Goeran Tunstroem pubblicato in questi giorni dall’editrice Iperborea, un testo che si viene ad aggiungere alla luminosa collana di capolavori di questo scrittore tanto grande quanto anomalo, inafferrabile, tenero e sconvolgente, capace meglio forse di chiunque altro di dire le cose del mondo con la semplicità del bambino e la ricchezza di rimandi e di senso del poeta maturo, un narratore che coccola le cose che scrive, estraendo da ogni elemento il desiderio di durare, di avere significati, di vivere come compagnia dello sguardo che lo inquadra. Lettera dal deserto che lo scrittore pubblicò nei tardi anni Settanta è il diario personale di Gesù, redatto dal Messia durante i giorni che immediatamente precedono l’inizio della sua missione subito dopo il Battesimo nel Giordano.

Sgombrando il campo da qualsiasi implicazione storico-teologica, Tunstroem mette subito in chiaro che il suo testo è assolutamente fiction. Si capisce dalle primissime righe, fiabesche, che qui conta l’atmosfera, il dettaglio, la vibrazione che attraverso lo sguardo, la parola, le azioni di questo Gesù riattiva il mondo in un modo unico ed esemplare. Può essere scossa, può essere carezza, ma che si trasmette a tutto quanto abbraccia e fa delle cose una cosa nuova.

“Ero un bambino. Un giorno, mentre giocavo vicino al pozzo proibito, vidi dei pesci bianchi che nuotavano nel fondo. Nessuno mi voleva credere. Che sciocchezze, dicevano. Quel pozzo prende l’acqua dalle viscere della terra. Una mattina però mi svegliai prima degli altri e uscii di nascosto. L’acquaiolo arrivava con i suoi bufali nell’oscurità lattea ad attingere l’acqua. Ci sono pesci laggiù, gli dissi. Mi guardò dritto negli occhi e annuì. Ne voglio uno! Non mi crede nessuno. L’acquaiolo sorrise e scosse la testa: Non vengono mai su con l’otre. Allora mi devi calare nel pozzo, gli dissi. Scosse di nuovo la testa canuta. È pericoloso. Puoi legarmi all’interno dell’otre. Lì sarò al sicuro. E l’acquaiolo mi ascoltò”

Certo c’è anche nel libro tutta la ricchezza di una trama congegnata ed equilibrata con la sapienza del grande narratore, da colui che una volta, parlando con il suo editore italiano, Emilia Lodigiani, si definì un ‘aspiratore dell’anima’ uno cioè che riusciva a rilasciare nella scrittura la patina dei sogni che incamerava e faceva propri parlando con la gente, aprendosi alla vita, cercando in sé quei “canali interiori” che misteriosamente connettono tutti gli uomini e che il suo Gesù miracolosamente dischiude.
Perché il suo Gesù è esattamente questo, Colui che crea e rinsalda i legami con gli uomini, la natura, la fibra intima delle cose. Lo vediamo attorno al fuoco con Maria, Giuseppe e i vecchi di Nazaret. Lo seguiamo a Qumran, ne sentiamo le parole delle contese con i coetanei, affamati ciascuno a suo modo di assoluto, bisognosi di essere amati, riconosciuti, ‘visti’ come Lui dice spesso. Il panorama attorno alla sua figura è sempre vivido, colorato e ricco di presenze, voci e visioni. Ci sono sedicenti e infervorati Messia, storpi, ciechi e millantatori, ma c’è anzitutto il creato e le sue sfumature, una realtà da custodire, amare, salvare.
Tunstroem, che in fondo scrive sempre di se stesso come tutti i geni autentici della storia letteraria, ha trasposto nel suo Gesù il desiderio personale e universale di portare con sé in ogni periodo della vita i frutti di ciò che ha visto, vissuto, sperimentato, perché nulla si perda ma tutto misteriosamente rimanga intatto, salvato, appunto. La tenerezza con cui, nonostante gli aspri contrasti con Giovanni, con il giovane aspirante rabbino Jochanan, con i suoi genitori terreni stessi, la tenerezza, dicevamo, dello sguardo di Gesù sul mondo è la sublimazione del desiderio dell’uomo che ciò che lo commuove non vada perduto, che abbia un posto da qualche parte, in un Altrove con il quale Gesù è, come figlio di Dio, in continuo contatto. Un desiderio di preservare la tenerezza dell’essere che si racchiude tutto in questo quadro di gioco infantile che si sviluppa attorno alla delicata preziosità di uno spicchio di realtà

“C’era un posto, sotto un gruppo di pini, dove la luce e l’ombra giocavano a prendersi davanti alle mie mani. Terra secca, arida, formiche che trascinavano pagliuzze. Uccelli sugli alberi. Giuseppe che tagliava legna nel boschetto. Legna gialla che brillava tra il verde. Silenzio dopo i colpi di scure, il rumore dei suoi passi, l’ombra che si allungava su di me”

Ecco l’esempio di quello che intendiamo quando parliamo di reverenza verso le cose: qui l’ombra, le formiche, i passi, le pagliuzze sono scritte come con la lettera maiuscola, sono quella cosa lì, quell’oggetto lì, nominato una volta per tutte, visto nella sua dimensione duratura. In un modo in cui le vedevano gli uomini medievali per i quali ogni momento poteva essere l’incarnazione del Tempo Eterno, ed ogni elemento della realtà rimandava alla sua essenza, qualcosa da scorgere con l’esercizio della pazienza e della profondità dello sguardo, ma qualcosa che sazia l’anima una volta per sempre. E deve essere salvato. Questa è la cifra che fa di Tunstroem un narratore magnifico e inattuale, uno dei pochi, pochissimi che in tutta la storia della modernità ha cercato di riproporre questo sguardo, desideroso, pietoso, innamorato sulle cose tanto da volere quasi portarsele via con sé, raccontarcele per salvarcele in uno spazio in cui permangano e sazino la vista e cambino l’esperienza di chi poi dopo aver letto e visto con gli occhi dell’immaginazione, le rincontrerà quelle cose stesse reali nella sua vita.
Gesù sperimenta e incarna questo modo di essere quando desidera riafferrare il suo aquilone che è rimasto impigliato in cima ad un albero e si rivolge al padre terreno che però
Mi prese per mano, venne con me. “Dove ti trovavi, ragazzo?”. “Qui”. Guardò il cielo socchiudendo gli occhi. “Là” disse facendo un gesto con la mano, “là sul mandorlo”. Una cosa grande, rosa, che nascondeva la vista della pianura. Mi aggrappai al ramo più basso per arrampicarmi. “No, no” mi disse. “Aspetta” e mi tirò giù. Devi fare attenzione ai fiori. Guardali”. E piegò un ramo verso di me. Allora vidi il fiore: era rosa e bianco, con puntini rossi. Il ramo era spoglio e marrone. “Ne nascerà un frutto” disse. “Quasi ogni fiore diventerà una mandorla. Lasciali finire di crescere. “Mandorlo, cielo, aquilone, fiore di mandorlo, ramo spoglio.
Non dovremmo mai finire di ringraziare uno scrittore così per avere sottinteso e ricapitolato, raccontando, gli stessi nostri sguardi che abbiamo posato tante volte su una pianta, su un fiore, un seme, senza mai accorgerci di cosa veramente fossero, di cosa potesse significare vivere per custodirli, per fare il possibile perché ognuno di essi potesse crescere, svilupparsi, arrivare alla sua pienezza, che è la loro, ma soprattutto la nostra.

Saverio Simonelli

Goran Tunstroem “Lettera dal deserto” ed. Iperborea 2012, p. 296, euro 16,00

 

L’articolo è apparso originariamente su “La Compagnia del Libro” – TV2000 in aprile 2012

 

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