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Martinson: il senso del poeta per il paesaggio

Il paesaggio sa tutto
attraverso il suo essere alternante
e attraverso la sua abitudine a tutto
quello che un paesaggio incontra.
Ha abitudini e primavere.
I muschi si approfondiscono lentamente
nei segni delle cicatrici delle pietre,
anno dopo anno.


Le discussioni di queste settimane sulla svalutazione o meno del premio Nobel, mi hanno spinto a riprendere dalla libreria, per l’ennesima volta, un libro smilzo quanto prezioso perché fuori commercio ormai da anni: “Le erbe nella Thule” una raccolta di poesie dello svedese Harry Martinson che Einaudi ha pubblicato l’anno successivo all’assegnazione del Nobel per la letteratura nel 1974.

Anche nel 1974 ci furono polemiche sul Nobel, perché sia Martinson che Eyvind Johnson, lo scrittore che lo ricevette “ex equo” con lui, appartenevano alla stessa Accademia di Svezia che assegnava i premi Nobel. L’indignazione, bisogna dire, era tutta interna alla Svezia – che temeva di essere accusata di provincialismo all’estero – ma non toccò la stampa straniera che non mise in discussione il valore letterario dei due autori.
Martinson (1904-1978) è un poeta poco conosciuto in Italia, se non dimenticato addirittura, eppure come ogni grande autore, come ogni classico, potrebbe essere letto da un pubblico molto ampio, di ogni età. La sua scrittura diretta, limpida, scorrevole come una pista di ghiaccio, è allo stesso tempo molto evocativa e si presta a diversi piani di lettura, anche secondo l’ètà di chi legge.
La motivazione che accompagnò l’assegnazione del premio Nobel fu la sua capacità di parlarci tanto del microcosmo quanto del macrocosmo. Punto di partenza e soggetto privilegiato di Martinson è il paesaggio, che non è mai uno sfondo alla sua poesia, anzi, È la sua poesia, perché egli dà voce al paesaggio visto organicamente come una grande entità, un grande corpo. Questo grande corpo vive, lo vediamo nei suoi mutamenti, ha una esistenza più lunga di quella del singolo uomo, e incorpora conoscenza. Conoscenza che, suggerisce il poeta, dovremmo saper leggere – come leggeremmo l’età di un albero dai suoi anelli – per vivere ogni età della nostra esistenza in armonia con un universo ben più grande di noi.

Presto si alza il vecchio.
Esce di nascosto dalla casa mentre i giovani ancora dormono.
Sa che la sua vita è breve.

Il levarsi del sole vuole vedere
e la rugiada che tuttora giace
non ancora alzatasi come i giovani.

Davanti ai suoi piedi salta una rana
verso la selva attraverso la rugiada.
Il vecchio la segue e pensa:
potrebbe essere il mio stesso cuore
che salta nella rugiada.

Dentro la casa dietro di lui
dormono i giovani
il profondo sonno della gioventù.
Sanno che il mare tuttora esiste per loro
lontano oltre la fonte.

Si dormono tutto il mattino oggi
perché hanno possibilità.
Rimandano la loro partenza di qualche giorno, qualche anno
a cagione della loro giovinezza.

La natura di Martinson non è matrigna – “Sentiti d’accordo” ripete in una sua poesia – ma non rappresenta neanche un desiderio di ritorno al primitivo e all’arcaico. Tutt’altro. Martinson si interessò molto di scienze, in particolare era un appassionato astronomo e nel 1941 visitò i laboratori di fisica del Niels Bohr Institute. Martinson era invece diffidente nei confronti della tecnologia quando ci separa dall’armonia, dal “ritmo” del cosmo. Una delle sue opere più famose è il poema epico “Aniara”, che narra di un’astronave – Aniara appunto – carica di profughi in fuga dalla Terra, devastata dalle guerre, e diretta verso Marte. A bordo si trova anche Mima, un robot che sembra il predecessore di Al 9000 di “Odissea nello Spazio”. Per schivare un asteroide, l’astronave Aniara esce fuori rotta e va alla deriva nello spazio. A questo punto i passeggeri, senza speranza, si lasciano andare fino all’estremo degrado di sé.
“Aniara” ha il merito di essere considerato un bellissimo libro di fantascienza dagli esperti e dagli appassionati del genere, ma è anche chiaramente una riflessione sulla storia e sulle prospettive dell’uomo contemporaneo. Nel 1959 “Aniara” divenne anche un’opera, rappresentata con successo in Svezia e all’estero nel corso degli anni ’60. Attualmente è l’unica opera di Martinson in catalogo in Italia, pubblicata dall’editore Scheiwiller; in precedenza sono state pubblicate alcune raccolte dalla Utet (nella collana dedicata ai Nobel) e da Einaudi.
Quest’ultima edizione, dalla quale abbiamo ripreso le due poesie (tradotte da Giacomo Oreglia), presenta anche una bellissima Introduzione di Martinson stesso per l’edizione italiana, in cui parla del suo programma non–programma come scrittore, il suo sguardo sull’uomo e sulla storia, gli interessi e la sua biblioteca, la sua teoria sulla lingua poetica e sull’impossibilità di tradurla – e purtroppo per noi è stato preso alla lettera.

Cecilia Barella

L’articolo è apparso originariamente su “La Compagnia del Libro” – TV2000 in ottobre 2008

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